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Arbëreshë
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top
Gli mwhwmwiaarbëreshë (mwiqmwigAFI: [aɾbəˈɾɛʃ]; mwjain albanese mwjqarbëreshët e Italisë), ossia gli mwjgalbanesi d'Italiacite-ref-mapparb-7-0[7]cite-ref-albitalia-8-0[8], detti anche mwlwitalo-albanesicite-ref-9[9], sono la mwnaminoranza etno-linguistica mwnqalbanese storicamente stanziata in mwngItalia meridionale e mwnwinsularecite-ref-minoranzalb-10-0[10].
Provenienti dall'mwqwAlbania, dalla storica regione albanese dell'mwraEpiro e dalle numerose mwrqcomunità albanesi dell'mwrgAttica e della mwrwMorea, oggi nell'odierna mwsaGreciacite-ref-11[11], si stabilirono in mwtqItalia tra il mwtgXV e il mwtwXVIII secolo, in seguito alla morte dell'mwuaeroe nazionale albanese mwuqGiorgio Castriota Scanderbeg e alla progressiva conquista dell'Albania e, in generale, di tutti i territori già dell'mwugImpero bizantino nei mwuwBalcani da parte dei mwvaturchi-ottomanicite-ref-pianalb-12-0[12]. La loro cultura è determinata da elementi caratterizzanti, che si rilevano nella mwwqlingua, nel mwwgrito religioso, nei costumi, nelle tradizioni, negli usi, nell'arte e nella gastronomia, ancora oggi gelosamente conservate, con la consapevolezza di appartenere a uno specifico mwwwgruppo etnicocite-ref-albitalia-8-1[8].
Gli italo-albanesi costituiscono la mwyqChiesa cattolica italo-albanesecite-ref-13[13]cite-ref-14[14], una mwagChiesa sui iuris di mwbatradizione bizantina, composta da tre circoscrizioni ecclesiastiche: ad essa fanno capo due mwbqeparchie, quella di mwbgLungro in mwbwCalabria per gli albanesi dell’Italia continentale e quella di mwcaPiana degli Albanesi in mwcqSicilia per gli mwcgalbanesi dell’Italia insulare, e una mwcwabbazia territoriale, il mwdamonastero esarchico di Grottaferratacite-ref-15[15] nel mweqLazio i cui mwegmonaci basiliani provengono in gran parte dagli mwewinsediamenti italo-albanesicite-ref-16[16]cite-ref-17[17]. Da oltre cinque secoli dalla mwhadiaspora la maggior parte delle mwhqcomunità italo-albanesi conserva tuttora il mwhgrito bizantino d'originecite-ref-18[18]; e il gruppo etno-linguistico albanese - tranne alcuni casicite-ref-19[19] - è riuscito a mantenere la propria identità avendo nel mwjwclero, e le sue istituzioni, il più forte tutore e il fulcro dell'mwkaidentificazione etnica.
L'idioma degli mwkgarbëreshë è l'omonima mwkwlingua arbëreshe (mwlqgluha arbëreshe), che fa parte della mwlgmacro-lingua albanese e deriva dalla mwlwvariante tosca (mwmatoskë) parlata in Albania meridionale. A seguito della mwmqlegge n. mwmg482/1999cite-ref-20[20] l'albanese è tra le lingue riconosciute e tutelate in mwnwItalia.
Si stima che gli albanesi d'Italia siano circa 100.000cite-ref-popolazione-4-1[4]cite-ref-21[21] e costituiscano una delle maggiori tra le storiche mwqqminoranze etno-linguistiche d'Italia. Per definire la loro "nazione" sparsa usano dire mwqgmwqwArbëriacite-ref-22[22]cite-ref-23[23]. Dal 2020, la cultura e i riti della popolazione albanese d'Italia sono candidati formalmente, col titolo "mwtaMoti i Madh" (Il Tempo Grande), alla lista dei mwtqpatrimoni orali e immateriali dell'umanità UNESCOcite-ref-24[24], formalizzata in collaborazione e condivisione del mwugGoverno della Repubblica d’Albania attraverso il mwuwMinistero della Cultura Albanesecite-ref-25[25].
Contents
• Etnonimo
• Storia
• Lingua
• Cultura
• Identità
• Costume
• Arte
• Cucina
• Note
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Etnonimo
Gli albanesi d'Italiacite-ref-26[26] o gli italo-albanesi, si riconoscono con l'mwxwetnonimo mwyaarbëreshëcite-ref-27[27] (termine derivante da mwzqmwzgArbër, importante principato albanese in epoca medievale)cite-ref-mel-i-2007-28-0[28], che generalizzando significa appunto "albanese"cite-ref-minoranzalba-29-0[29]cite-ref-unicalalb-30-0[30].
Sono stati, talvolta, erroneamente chiamati con l'appellativo "greco-albanesi"cite-ref-31[31], "italo-greci" o addirittura soltanto "greci" (allorquando confusi con i mw4agreci dai "mw4qlatini" per la mw4glingua greca medievale utilizzata nel mw4writo bizantino professato o tuttalpiù per indicare l'appartenenza all'aspetto religioso di questi, greco/orientale e non romano/occidentalecite-ref-unicalalb-30-1[30]cite-ref-32[32]cite-ref-33[33]) o "arbereschi" (l'italianizzazione impropria e forzatacite-ref-34[34]cite-ref-35[35] di mw-aarbëreshë)cite-ref-36[36]cite-ref-37[37]. Ritrovando nel passato nell'aspetto religioso ('greco') - piuttosto che all'aspetto linguistico (albanese) - l'elemento più influente d'appartenenza e in primo luogo differenziazione rispetto all'ambiente circostante (latino), alcuni degli stessi italo-albanesi si sono presentati in lingua italiana come "greci", ma esclusivamente inteso nella fede (ortodossi in tutto con Roma), e chiamandosi sempre mwaqearbëreshë nel proprio idiomacite-ref-38[38]. Pienamente coscienti di appartenere al più ampio e sparso popolo albanese, a maggior ragione oggi gli albanesi d'Italia vedono di cattivo occhio l'esser chiamati volutamente o per errore "greci".
Gli albanesi, in quanto 'orientali', erano spesso chiamati "greci" in tutte le regioni del Meridione d'Italiacite-ref-39[39], seppur questo è rimasto più in ambito siciliano; mentre in ambito più calabrese - ma così allo stesso modo nelle regioni limitrofe - gli albanesi sono anche stati chiamati "ghiegghi" (pl.), "ghiegghiu" (sing.). Questi 'nomi' spesso assumono una accezione denigratoria, divenendo un vero e proprio insulto etnicocite-ref-40[40]. Nella fattispecie il nomignolo "ghiegghiu", che oggi probabilmente ha una connotazione anche semplicemente goliardica e scherzosa, è pur sempre nato come dispregiativo e rimane mwaq8non gratae dagli italo-albanesicite-ref-41[41]. Quest'ultimo etnonimo non sembra derivare affatto dall'etnonimo regionale mwarqmwarugegë (it. ghego) 'abitante del nord Albania', ma piuttosto dalla voce albanese parafrasata mwarygjegj - gjegjem (lett. sentire, ascoltare, inteso come 'mi dica/prego')cite-ref-42[42]cite-ref-43[43].
Sulla base di questi appellativi, spesso dispregiativi per indicare persone albanesi, veniva detto: mwasaSi viri un grecu e un lupu, lassa lu lupu e tira a lu grecu (Se vedi un albanese ed un lupo, lascia stare il lupo e spara all'albanese)cite-ref-44[44], la cui pronta risposta degli albanesi era: mwasuDerr e litì, mos i vurë ndë shpì se të çajën poçe e kuzi (Maiale e latino, non li entrar a casa che ti rompono piatti e pignate)cite-ref-45[45]. Gli italo-albanesi chiamano infatti mwasolitìnj (latini) i forestieri e le famiglie provenienti dalle località non albanofone. In difesa della "razza", oltre a ciò, gli italo-albanesi usavano dire: mwassNë ti je arbëresh, ruaju litirit si pelekani m'i ruhet sqeparit (Se sei albanese, proteggiti dal latino come il pellicano protegge il suo becco)cite-ref-46[46]cite-ref-47[47].
Prima della conquista del mwauiPrincipato d'Albania da parte dell'mwaumImpero ottomano (mwauq1481) sino a certo il mwauuXVIII secolo, periodo dell'ultima diaspora, il popolo albanese si identificava con il nome di mwauyarbëreshë o mwaucarbërorë, prendendo origine dal termine mwaugArbër/Arbëri con il quale s'individuava la nazione albanesecite-ref-minoranzalba-29-1[29]. Essi venivano indicati dai mwau0bizantini col nome di mwau4arbanon, αλβανοί o αλβανῖται in greco, mwau8albanenses o mwavaarbanenses in mwavelatinocite-ref-51[51] e in epoca moderna macedoni o epiroti dalle mwavyrepubbliche marinare, dagli mwavcantichi Stati italiani e dalla mwavgCorona d'Aragona. A seguito dell'invasione turca, al disfacimento dell'mwavkImpero bizantino e dei mwavoPrincipati albanesi, molti albanesi, per la libertà e per sottrarsi al giogo turco-ottomano, giunsero in Italiacite-ref-52[52]cite-ref-migraz-53-0[53]. Da allora, in mwawmdiaspora, continuarono a identificarsi come mwawqarbëreshë, diversamente dai fratelli d'Albania, che assunsero l'etnonimo mwawushqiptarë (da "shqip", ovvero colui che "pronuncia, parla bene [l'albanese]", mwawyshqipton, flet mirë [arbërishtjën]), seppure la denominazione originaria con la radice mwawcarbër o mwawgarben sopravvive ancora, per quanto poco usata, fra gli mwawkalbanesi mwawocattolici del nord. (mwawsArbëresh sing. maschile, mwawwArbëreshë pl. maschile, mwaw0Arbëreshe sing. e pl. femminilecite-ref-54[54], da cui mwaximwaxmArbëria).
Distribuzione geografica
Comunità albanesi d'Italia
Le comunità albanesi d'Italiacite-ref-comunita-55-0[55], distribuite in mwaawAbruzzo, mwaa0Molise, mwaa4Campania, mwaa8Basilicata, mwabaPuglia, mwabeCalabria e mwabiSiciliacite-ref-56[56], si riconoscono dal mantenimento della lingua. Esse hanno duplice nomenclatura: in mwabclingua italiana e in mwabglingua albanese (nella variante mwabkmwaboarbëreshe). Quest'ultima è quella con cui gli abitanti conoscono il proprio luogo, identificato come mwabskatund o mwabwhorë. Le mwab0comunità dellmwab4'mwab8mwacaArberia sono divise in numerose isole etno-linguistiche corrispondenti a diverse aree dell'mwaceItalia meridionale e non esiste omogeneità sia per la localizzazione geografica che per il numero dei comuni. Alcune mwacilocalità, circa trenta, sono state assimilate e hanno ormai perso l'mwacmidentità originaria, oltre all'uso della lingua, mentre altre sono completamente scomparse.
Oggi si contano 50 comunità di provenienza e cultura albanese, 41 mwacucomuni e 9 mwacyfrazioni, disseminati in sette regioni dell'mwaccItalia meridionale e mwacginsulare, costituendo complessivamente una popolazione di oltre 100.000 abitanticite-ref-mapparb-7-1[7]cite-ref-57[57]. Sulla reale consistenza numerica degli italo-albanesi non vi sono cifre sicure, gli ultimi dati statisticamente certi sono quelli del censimento del mwade1921, da cui risulta che erano 80.282, e quello del mwadi1997 dal quale risulta una popolazione di 197.000cite-ref-58[58], come emerge nello studio di Alfredo Fregacite-ref-59[59], anche se nel mwads1998 il mwadwministero dell'Interno stimava la minoranza albanese in Italia in 98.000cite-ref-minoranzalb-10-1[10] persone.
La Calabria è la regione con la maggiore presenza di comunità mwaeiarbëreshe, alcune molto vicine fra loro, contando 58.425 persone che abitano in 33 paesi, suddivisi in 30 comuni e tre frazioni della regione, in particolare in mwaemprovincia di Cosenzacite-ref-60[60]. Importanti comunità si trovano in Sicilia, 5 comuni, nell'area di mwaegPalermo, con 53.528 persone. La Puglia ha solo una piccola percentuale di mwaekarbëreshë, 4 comuni e 12.816 persone concentrate in mwaeoprovincia di Foggia, a mwaesCasalvecchio e mwaewChieuti, in mwae0provincia di Taranto a mwae4San Marzano e nella mwae8città metropolitana di Bari a mwafaCassano delle Murge. Altre comunità albanesi si trovano in Molise, 13.877 persone, nei 4 comuni di mwafeCampomarino, mwafiUruri, mwafmMontecilfone e mwafqPortocannone; in Basilicata, 8.132 persone, nei 5 comuni di mwafuSan Paolo Albanese, mwafySan Costantino Albanese, mwafcBarile, mwafgGinestra e mwafkMaschito. Altre comunità italo-albanesi le troviamo in Campania, con 2.226 persone, e in Abruzzo, con 510 persone.
La comunità italo-albanese storicamente più grande, sia numericamente - riguardante il numero di parlanti in albanese - sia nella dimensione dell'abitato, è mwafsPiana degli Albanesi (PA). Altri paesi numericamente rilevanti, cresciuti negli ultimi decenni negli abitanti ma non conservanti integralmente la mwafwlingua albanese, sono mwaf0Spezzano Albanese (CS) e mwaf4San Marzano di San Giuseppe (TA).
Tradizionalmente viene considerata mwagaContessa Entellina (PA) tra le più antiche colonie albanesi in Italia (mwage1450)cite-ref-61[61], mentre mwagyVilla Badessa (PE) è per certo l'ultimo centro fondato della lunga diaspora schipetara (mwagc1742)cite-ref-62[62].
L'elenco completo delle comunità mwag0arbëreshe è il seguentecite-ref-mapparb-7-2[7]:
• mwahqAbruzzo
• mwah0Molise
• mwaiaProvincia di Campobasso: mwaieCampomarino: mwaiiKëmarini, mwaimMontecilfone: mwaiqMunxhufuni, mwaiuPortocannone: mwaiyPortkanuni, mwaicUruri: mwaigRùri
• mwaioCampania
• mwai0Provincia di Avellino: mwai4Greci: mwai8Katundi
• mwajePuglia
• mwajoProvincia di Taranto: mwajsSan Marzano di San Giuseppe: mwajwShën Marcani
• mwaj4Basilicata
• mwakeProvincia di Potenza: mwakiBarile: mwakmBarilli, mwakqGinestra: mwakuZhura, mwakyMaschito: mwakcMashqiti, mwakgSan Costantino Albanese: mwakkShën Kostandini i Arbëreshëvet, mwakoSan Paolo Albanese: mwaksShën Pali i Arbëreshëvet
• mwak0Calabria
• mwalaProvincia di Catanzaro: mwaleAndali: mwaliAndalli, mwalmCaraffa di Catanzaro: mwalqGarafa, mwaluMarcedusa: mwalyMarçëdhuza , mwalcVena di Maida (frazione di mwalgMaida): mwalkVina
• mwalsProvincia di Cosenza: mwalwAcquaformosa: mwal0Firmoza, Cantinella (frazione di mwal8Corigliano-Rossano): mwamaKantinela, mwameCerzeto: mwamiQana, mwammCastroregio: mwamqKastërnexhi, mwamuCavallerizzo (frazione di mwamyCerzeto): mwamcKajverici, mwamgCivita: mwamkÇifti, mwamoEianina (frazione di mwamsFrascineto): mwamwPurçìll, mwam0Falconara Albanese: mwam4Fullkunara, mwam8Farneta (frazione di mwanaCastroregio): mwaneFarneta, mwaniFirmo: mwanmFerma, mwanqFrascineto: mwanuFrasnita, mwanyLungro: mwancUngra, mwangMacchia Albanese (frazione di mwankSan Demetrio Corone): mwanoMaqi, Marri (frazione di mwanwSan Benedetto Ullano): mwan0Allimarri, mwan4Plataci: mwan8Pllatëni, mwaoaSan Basile: mwaoeShën Vasili, mwaoiSan Benedetto Ullano: mwaomShën Benedhiti, mwaoqSanta Caterina Albanese: mwaouPicilia, mwaoySan Cosmo Albanese: mwaocStrihàri, mwaogSan Demetrio Corone: mwaokShën Mitri Koroni, mwaooSan Giorgio Albanese: mwaosMbuzati, mwaowSan Giacomo di Cerzeto (frazione di mwao0Cerzeto): mwao4Shën Japku, mwao8San Martino di Finita: mwapaShën Mërtiri, mwapeSanta Sofia d'Epiro: mwapiShën Sofia të Epirit, mwapmSpezzano Albanese: mwapqSpixana Arbëreshe, mwapuVaccarizzo Albanese: mwapyVakarici Arbëresh
• mwapgProvincia di Crotone: mwapkCarfizzi: mwapoKarfici, mwapsPallagorio: mwapwPuhëriu, mwap0San Nicola dell'Alto: mwap4Shën Kolli
• mwaqaSicilia
• mwaqmProvincia di Palermo: mwaqqContessa Entellina: mwaquKuntisa, mwaqyPiana degli Albanesi: mwaqcHora e Arbëreshëvet, mwaqgSanta Cristina Gela: mwaqkSëndahstina
Comunità d'origine albanese
Esistono, inoltre, più di trenta centri anticamente albanesi che hanno perso, in differenti periodi storici e per diversi motivi, l'uso della lingua albanese e sono così caratterizzate da una mancata eredità storica e culturale mwaq0arbëreshe: per l'mwaq4Emilia-Romagna sono Pievetta e mwaq8Bosco Tosca, frazioni di mwaraCastel San Giovanni (PC); per il mwareLazio è mwariPianianocite-ref-63[63] (VT), frazione di mwarcCellere; per il mwargMolise è mwarkSanta Croce di Magliano (CB); per la mwaroCampania in mwarsprovincia di Caserta è mwarwAlifecite-ref-64[64]; per la mwasePuglia sono mwasiCasalnuovo Monterotaro, mwasmCastelluccio dei Sauri, mwasqSan Paolo di Civitate (FG), mwasuMonteparano, mwasySan Giorgio Ionico, mwascSan Crispieri, mwasgFaggiano, mwaskRoccaforzata, mwasoMonteiasi, mwassCarosino, mwaswMontemesola (TA); per la mwas0Basilicata sono mwas4Brindisi Montagna, mwas8Rionero in Vulture (PZ); per la mwataCalabria sono mwateCervicati (mwatiÇervikat), mwatmMongrassano (mwatqMungrasana), mwatuRota Greca (mwatyRrota), mwatcSan Lorenzo del Vallo (mwatgSullarënxa'), mwatkSerra d'Aiello (mwatoSerrë, CS), mwatsAmato, mwatwArietta (mwat0Arjèta), frazione di mwat4Petronà, mwat8Gizzeria (mwauaJacaria) e le frazioni Mortilla (mwaueMortilë) e Gizzeria Lido (mwauiZalli i Jacarisë), mwaumZagarise, mwauqZangarona (mwauuXingarona), frazione di mwauyLamezia Terme, (CZ); per la Sicilia sono mwaucMezzojuso (mwaugMunxifsi), mwaukPalazzo Adriano (mwauoPallaci, PA), mwausSant'Angelo Muxaro (mwauwShënt'Ëngjëlli, AG), mwau0Biancavilla (mwau4Callìcari), mwau8Bronte (mwavaBrontë), mwaveSan Michele di Ganzaria (mwaviShën Mikelli, CT).
Le comunità di mwavqMezzojuso e mwavuPalazzo Adriano, in mwavyprovincia di Palermo, sono da considerarsi un caso particolare, dal momento che, pur avendo perso la mwavclingua albanese e i costumi d'origine, hanno mantenuto il mwavgrito greco-bizantino, peculiare pilastro - insieme con lingua e abiti tradizionali - dell'identità albanese della mwavkdiaspora. In questi casi, l'identità si conserva nell'aspetto religioso e nella memoria storica. Conservano memoria dell'eredità culturale originaria le comunità di mwavoCervicati, mwavsMongrassano e mwavwRota Greca, in mwav0provincia di Cosenza.
Le migrazioni albanesi, sin dagli inizi della lunga diaspora, portarono alla formazione di comunità medio-piccole mwav8arbëreshe ben inserite in numerose città già esistenti del centro-nord Italia (in modo particolare, mwawaVenezia) e nella mwaweCorona d'Aragona (Napoli, Bari, mwawiAltamura, mwawmBarletta, mwawqAndria, mwawuTrani, mwawyFoggia, mwawcBovino, mwawgSan Severo, mwawkLecce, mwawoBrindisi, mwawsPotenza, mwawwMatera, mwaw0Melfi, mwaw4Caltagirone e mwaw8Piazza Armerina), nella buona parte dei casi realtà - sempre per ragioni diverse - assimilate dalla cultura circostantecite-ref-65[65].
Isole culturali, migrazioni e moderna diaspora albanese
Sopravvivono rilevanti isole culturali nelle grandi aree metropolitane di mwaxcMilano, mwaxgTorino, mwaxkRoma, mwaxoNapoli, mwaxsBari, mwaxwCosenza, mwax0Crotone e mwax4Palermo. Nel resto del mondo, in seguito alle migrazioni del mwax8XX secolo in paesi come il mwayaCanada, mwayeStati Uniticite-ref-66[66]cite-ref-67[67]cite-ref-68[68], mway4Argentinacite-ref-69[69]cite-ref-70[70]cite-ref-71[71], mwazsBrasile, mwazwCile e mwaz0Uruguay esistono forti comunità che mantengono vive la lingua e le tradizioni mwaz4arbëreshëcite-ref-comunita-55-1[55].
Dal mwa0q1990, con la caduta del mwa0uregime comunista post-bolscevico in Albania, comunità significative di mwa0yshqiptarë (albanesi d'Albania) si sono inserite e integrate nel mwa0ctessuto sociale dei centri abitati italo-albanesicite-ref-comunita-55-2[55]cite-ref-72[72]. Con la mwa1alotta per l'mwa1eIndipendenza del mwa1iKosovo (mwa1m2008) un recentissimo gruppo di mwa1qalbanesi, vittime della mwa1upulizia etnica del mwa1yregime jugoslavo, si è anch'esso integrato nelle varie mwa1ccomunità albanesi d'Italia.
Storia
Età medievale
«All'aspetto religioso prima di tutto […] assieme alle altre cause di natura economica e sociale, lo spirito di libertà e di indipendenza che ha animato il popolo albanese nel corso della sua storia, è stato uno dei moventi che lo ha spinto all'abbandono dei luoghi aviti e alla ricerca di una nuova patria nei paesi d'oltremare quando l'Albania cadde sotto la dominazione turca.»
(Eqrem Çabej, 1976cite-ref-73[73])
Gli mwa2carbëreshë, una volta distribuiti tra l'Albania, l'mwa2gEpiro (mwa2kCiamuria) e la mwa2oMorea, nell'odierno mwa2sPeloponneso (vedi mwa2warvaniti), sono i discendenti della popolazione mwa20albanese sparsa in tutti i mwa24Balcani sud-occidentali. Storicamente, a partire dall'mwa28XI secolocite-ref-74[74], probabilmente a causa delle pressioni mwa3qslave dal nord, gruppi di mwa3ualbanesi, con grandi abilità in campo militare, si spostarono verso la parte meridionale della mwa3yGrecia (mwa3cCorinto, mwa3gPeloponneso e mwa3kAttica) fondando numerosissime comunitàcite-ref-migraz-53-1[53]. Intanto, la loro bravura li aveva identificati come i mwa34mercenari preferiti dei mwa38serbi, dei mwa4afranchi, degli mwa4earagonesi, delle mwa4irepubbliche marinare italiane e degli stessi mwa4mbizantinicite-ref-pp2425-75-0[75].
Nel mwa4kXV secolo si verificò l'invasione progressiva dell'mwa4oEuropa orientale e così anche dell'Albania da parte dei mwa4sturchi-ottomani. La mwa4wresistenza albanese si era organizzata nella mwa40Lega Albanese di mwa44Alessio (mwa48Lidhja e Lezhës), che faceva capo a mwa5aGiorgio Castriota da mwa5eCroia, meglio conosciuto come "Scanderbeg", passato alla storia d'mwa5iEuropa come “defensor fidei” e “atleta Christi”, colui il quale, bloccò per cinque lustri l'avanzata militare ottomana. In questo periodo, nel mwa5m1448, re mwa5qAlfonso V d'Aragona, chiamato il Magnanimo, re del mwa5uregno di Napoli e del mwa5yregno di Sicilia, chiese aiuto a Castriota, suo alleato, per reprimere la mwa5ccongiura dei baroni. La ricompensa per questa operazione furono delle terre in mwa5gprovincia di Catanzaro, e molti mwa5karbëreshë ne approfittarono per emigrare esuli in queste terre sicure durante l'avanzata degli Ottomani, mentre altri emigrarono in altre zone dell'Italia peninsulare e insulare sotto il controllo della mwa5oRepubblica di Veneziacite-ref-pp2425-75-1[75]cite-ref-76[76], nella speranza di poter rimpatriare alla fine della guerra turco-albanese.
Durante il periodo della guerra di successione di mwa8eNapoli, a seguito della morte di mwa8iAlfonso d'Aragona, il legittimo erede mwa8mFerdinando d'Aragona richiamò le forze di mwa8qarbëreshë contro gli eserciti franco-italianicite-ref-77[77] e Scanderbeg sbarcò nel mwa8k1461 in mwa8oPugliacite-ref-78[78]. Dopo alcuni successi, gli mwa88arbëreshë accettarono in cambio delle terre in loco, mentre Scanderbeg ritornò per riorganizzare la resistenza albanese contro i turchi che avevano occupato l'Albania.
mwa9eGiorgio Castriotacite-ref-79[79] morì a causa di una malattia nel mwa9y1468, ma le sue truppe combatterono ancora per un ventenniocite-ref-80[80].
Dopo ventiquattro anni di resistenza, la guerra fu persa e l'Albania cadde in mano ottomana, divenendo parte periferica dell'Impero ottomano. Molti albanesi decisero di emigrare. I primi mwa-karbëreshë che approdarono in Italia erano tradizionalmente soldati mwa-ostradioti, anche al servizio del Regno di Napoli, del mwa-sRegno di Sicilia e della mwa-wRepubblica di Veneziacite-ref-81[81]. Molti degli esuli delle migrazioni successive alla prima appartenevano alle più rinomate classi sociali albanesi fedeli alla ortodossia cattolica, tra cui capi militari, sacerdoti, nobili e aristocratici consanguinei di Giorgio Castriota, che li aveva guidati nella lotta contro gli ottomani. Considerati i rapporti con Venezia, gli albanesi costituirono la loro chiesa nella repubblica marina, la mwa-eScuola di Santa Maria degli Albanesi, tutt'oggi esistente. Lo stesso avvenne in altre località e città importanti d'Italia, come ad esempio a Lecce (mwa-iChiesa di San Niccolò dei Greci), Napoli (mwa-mChiesa dei Santi Pietro e Paolo dei Greci) e Palermo (mwa-qChiesa di San Nicolò dei Greci), definite dai "latini" - i non albanesi - dei "greci" per il rito religioso orientale.
mwa-yPapa Paolo II, sul soglio ponteficio dal mwa-c1464 al mwa-g1471, così scriveva al mwa-kDuca di Borgogna:
«Le città che finora avevano resistite al furore dei Turchi sono oramai tutte cadute o in loro potere. Questi popoli che abitano lungo le coste dello Adriatico tremano allo aspetto di questo imminente pericolo. Non vedesi ovunque che spavento, dolore, captività e morte; non si può senza versare lagrime contemplare queste navi che partite dalla riva albanese si riparano nei porti d'Italia, e queste famiglie ignude, meschine, che scacciate dalle loro abitazioni stanno sedute sulla riva del mare stendendo le mani al cielo, e facendo risuonare l'aria di lamenti in ignorata favella.»
(Epistola Pauli II. ad Philippum Burgundiae Ducem. Apud cardinalia Papiensis Epistolascite-ref-82[82].)
Incominciò, dopo il mwbae1478, la più grande e lunga mwbaidiaspora albanese nelle regioni meridionali della Penisola, compresa la Sicilia, dove il re di Napoli e il re di Sicilia offrirono loro altre zone in mwbamPuglia, mwbaqBasilicata, mwbauMolise, mwbayCalabria, mwbacCampania e mwbagSiciliacite-ref-comunita-55-3[55]. Gli albanesi godettero anche di speciali concessioni e di consistenti privilegi, reali, ecclesiastici o baronali, nelle terre in cui furono accolti.
Età moderna
Le ondate migratorie si susseguirono, numerosi furono gli albanesi a dover lasciare la propria terra. Per alcune fonti la quinta migrazione si ebbe tra il 1500 e il 1534cite-ref-migraz-53-2[53]. Impiegati come mercenari dalla Repubblica di Venezia, gli arbëreshë dovettero lasciare il Peloponneso con l'aiuto delle truppe di mwbbuCarlo V d'Asburgo, ancora a causa della presenza turca. Carlo V stanziò questi soldati, capeggiati dai cavalieri che avevano partecipato all'assedio di mwbbyCorone, in mwbbcItalia meridionale, per rinforzarne le difese proprio contro la minaccia degli mwbbgottomani.
Stanziatisi in zone e villaggi isolati (il che permise loro di mantenere inalterata la propria cultura fino a oggi), gli albanesi in mwbboItalia fondarono o ripopolarono quasi un centinaio di comunità. Con la loro immigrazione si assistette nel mwbbsmeridione, in genere, a una nuova fase di espansione demografica, che si accentuò alla fine del XV secolo e continuò per tutta la prima metà del XVI secolo,cite-ref-83[83] con la costituzione di vere e proprie comunità ex novo albanesi fuori dai Balcani.
Gli albanesi non emigrati, per sfuggire all'islamizzazione e conservare l'identità religiosa, divennero criptocristiani, ovvero, usarono nomi musulmani e si comportarono, nella loro vita sociale, come tali. Tuttavia, segretamente in famiglia, mantennero la fede e le tradizioni cristiane. Tale fenomeno, diminuito nel tempo in quanto fenomeno represso dai turchi, durò dalla fine del XVII al tardo XVIII, primi del XIX secolo.
Età contemporanea
Per mezzo millennio l'elemento di coesione del gruppo degli esuli albanesi d'Italia è stata la fede mwbcgcristiana secondo la tradizione orientale di mwbckrito bizantino. Questa è tuttora uno dei tratti caratterizzanti dell'etnia, insieme alla lingua e ai costumi, sia rispetto alla restante popolazione italiana sia rispetto agli albanesi rimasti in patria convertiti all'mwbcoIslam, e la disponibilità a rinunciare a tale peculiarità ha rappresentato l'elemento che ha permesso loro di non essere assimilati dall'ambiente italiano circostantecite-ref-unicalalb-30-2[30].
L'mwbdaondata migratoria dall'Italia meridionale verso le mwbdeAmeriche negli anni tra il mwbdi1900 e il mwbdm1910 ha causato quasi un dimezzamento della popolazione dei centri (paesi, villaggi e cittadine) mwbdqarbëreshë e ha messo la popolazione a rischio di scomparsa culturale, nonostante la recente rivalutazione. In mwbduArgentina, nel quartiere Sant'Elena della città di mwbdyLuján, esiste dagli inizi del secolo XX una florida comunità italo-albanese proveniente dai comuni di mwbdcSan Demetrio Corone, mwbdgSanta Sofia d'Epiro, mwbdkVaccarizzo Albanese, Macchia Albanese e mwbdsSan Cosmo Albanesecite-ref-84[84]cite-ref-85[85]cite-ref-86[86]cite-ref-87[87]cite-ref-88[88].
Oggi, alla luce degli avvenimenti storici, la continuità secolare della presenza albanese in Italia riveste un aspetto di eccezionalità nella storia dei popolicite-ref-unicalalb-30-3[30]. Dal 2017, con la sottoscrizione della Repubblica d'Albania e del mwbfgKosovo, è stata presentata richiesta ufficiale di iscrizione della popolazione mwbfkarbëreshe nella Lista mwbfoUNESCO come patrimonio vivente immateriale e sociale dell'umanitàcite-ref-89[89]cite-ref-90[90]cite-ref-91[91]cite-ref-92[92]
Tra il 2018 e il 2023 i mwbgwpresidenti d'Albania in carica fanno visita a vari centri albanesi d'Italiacite-ref-93[93]. Nel 2023 il mwbheprimo ministro dell'Albania fa visita ufficiale alla comunità italo-albanese dell'Eparchia di Lungrocite-ref-94[94].
Contributo all'Italia e all'Albania
La nascita delle Cattedre di Lingua e Letteratura albanese più antiche d'Europa (mwbiein primis Napoli 1900, da mwbiiGiuseppe Schirò), così come per i Congressi panalbanesi in Italia (mwbimCorigliano Calabro 1895cite-ref-95[95], mwbigPalermo-mwbikPiana dei Greci 1903, mwbioTrieste 1913, ecc.) e nei territori albanesi dei Balcani del XIX e XX secolo per la lingua e l'alfabeto albanese, sono nati anche in merito e contributo dei religiosi e intellettuali albanesi d'Italia.
Durante l'occupazione italiana dell'Albania numerosissimi mwbiwarbëreshë si trasferirono in Albania come insegnanti di lingua italiana e militari addetti alle traduzioni. Così come avvenuto già nel XVI secolo, negli stessi anni i monaci basiliani italo-albanesi di Grottaferrata avviarono missioni apostoliche in Albania, specialmente nella sponda meridionale. Essi officiavano secondo il rito bizantino in lingua albanese, ma i loro riti erano frequentati anche dai cattolici italiani. Nonostante provenissero dall'Italia, a causa della loro antica stirpe albanese, venivano considerati dal popolo albanese albanesi a tutti gli effetti e la loro presenza era generalmente ben accolta pure dalla Chiesa locale. Gli obbiettivi della missione erano ambiziosi: tentare di far riconoscere la fede cristiana alla gente del luogo, l'apostolato e l'istruzione diretta, riavvicinare la comunità mwbi0arbëreshe alla terra d'origine, l'ecumenismo tra la Chiesa cattolica e la Chiesa ortodossa, i quali italo-albanesi facevano da chiave di volta. Con l'avvento del comunismo in Albania tutti i monaci, scacciati dal governo, dovettero abbandonare il paese. L'importanza della missione, aldilà della impossibilità nel continuare, consistette nel nuovo vigore apportato all'Albania e al monachesimo italo-albanese stesso, che riuscì perfettamente a integrarsi, trasmettendo la propria cultura e sensibilità religiosa al territorio da cui aveva avuto provenienza secoli prima.cite-ref-96[96]
Molti sono i cognomi di ascendenza albanese diffusi in Italia. Il cognome mwbjmmwbjqAlbanese nacque come soprannome dato a persone di origine albanese, o perché venivano direttamente dall'Albania o perché originari delle mwbjucolonie albanesi dell'Italia meridionale. Il cognome si diffuse nel periodo delle mwbjyrepubbliche marinare, quando, specialmente a Venezia, vennero arruolati soldati fra gli albanesi.
Anche nella politica istituzionale i rapporti fra Italia e Albania, grazie agli stessi italo-albanesi, si sono rafforzati: recentemente il presidente mwbjgSergio Mattarella ha incontrato nel comune albanese di San Demetrio Corone (Cs) il presidente albanese mwbjkIlir Metacite-ref-97[97]; nei mesi successivi il presidente dell’Albania in forma ufficiale ha ampiamente visitato le comunità albanesi di Puglia e Calabriacite-ref-98[98].
Gli Italo-Albanesi e l'Unità d'Italia
«Questi Albanesi [d'Italia] sono stati il baluardo dei Cristiani, lo scudo della Fede e la salvezza dell'Europa. Sono eroi, che si sono distinti in tutte le lotte per la Libertà.»
(G. Garibaldi, durante la spedizione dei Mille a Napoli, dopo l'esperienza dell'insurrezione di Palermo (1860).)
Gli italo-albanesi hanno partecipato attivamente al mwblmRisorgimento italianocite-ref-99[99] e alla mwblgRilindja kombёtare shqiptare (la Rinascita nazionale albanese)cite-ref-100[100]cite-ref-101[101], ovverosia il Risorgimento albanese, dando in entrambe un valido contributo alla loro causacite-ref-102[102]cite-ref-103[103]. Le comunità italo-albanesi mostrarono un dinamismo culturale e un'autocoscienza identitaria che le resero sedi privilegiate della cultura albanese e alimentarono un impegno civile di ispirazione mwbmkilluministica che condusse personalità italo-albanesi a prendere parte al Risorgimento italiano. Nei primi decenni del mwbmoXVIII secolo intellettuali mwbmsarbëreshë, ecclesiastici e laici, ripresero anche i temi fondamentali del nascente romanticismo europeo volti alla creazione dell'identità nazionale, a cui la lingua forniva il principale criterio di integrazione simbolicacite-ref-104[104].
Gli mwbnearbëreshe hanno avuto nelle vicende dell'mwbniUnità d'Italia un ruolo centralecite-ref-105[105], un peso nettamente superiore, in proporzione, a quello demografico. In ogni paese dellmwbnc'mwbngmwbnkArberia (Sicilia, Calabria, Basilicata, Puglia, Molise e Abruzzo) con la penetrazione degli ideali liberali e laici, sicuramente maggiore nelle classi dirigenti mwbnoarbëreshe che non in quelle, spesso conservatrici, "latine" papalina e borbonica, aumentò l'ostilità verso i mwbnsBorboni con l'obiettivo di aver una realtà territoriale migliore. Gli albanesi d'Italia sostennero che "l'amore per la patria adottiva era pari a quella per la patria lasciata"cite-ref-106[106].
Numerosi furono quelli che con dedizione si batterono per l'Unità d'Italia, cominciando in Sicilia dagli abitanti di mwboePiana degli Albanesi, che ospitarono mwboiGiuseppe Garibaldi ed emissari mazziniani quali mwbomRosolino Pilo e mwboqGiovanni Corrao, giunti in mwbouSicilia con il compito di preparare lo sbarco garibaldino, e fornendo sostegni logistici e un sicuro riparo strategico, combattendo in prima fila fra i mwboygaribaldini contro i Borboni nella mwbocconquista di Palermo.
In Calabria cinquecento abitanti di mwbokLungro si unirono alla marcia garibaldina di mwbooingresso a Napoli, mentre gli abitanti di mwbosSan Demetrio Corone al passaggio di Garibaldi si unirono alle mwbowcamicie rosse. L'illustre Collegio Italo-Albanese di Sant’Adriano della cittadina fu definito il "terrore dei Borboni", in quanto i suoi giovani studenti, provenienti da tante comunità albanofone calabresi e lucane, insieme a molti loro professori offrirono un notevole apporto alla causa dell’Unità del Paese e della sua indipendenza. Il testo della epigrafe riportata sulla lapide murata nella parete esterna della facciata dell’antico Collegio di Sant’Adriano ha prova del concorso e del ruolo non indifferenti svolti dagli italo-albanesi nel corso delle guerre combattute per l’Unità d’Italiacite-ref-107[107]. Il 6 maggio 1860 il lungrese mwbpeDomenico Damis partì con i mwbpiMille da mwbpmGenova alla volta di mwbpqMarsala. Dalla mwbpuSicilia avvisò i patrioti lungresi di prepararsi a seguire Garibaldi verso Napoli. Alla notizia del suo arrivo ben 500 volontari partirono dalla sola Lungro. Così Angelo Damis, capo legionario della zona, organizzò cinque compagnie guidate da altrettanti illustri lungresi come Vincenzo Stratigò, Cesare Martino, Pietro Irianni, Pasquale Trifilio e Giuseppe Samengo. Il 2 settembre, sotto una pioggia di fiori, Garibaldi arrivò a mwbpyCastrovillari; insieme a lui mwbpcDomenico Damis, che prese il comando delle compagnie lungresi. Alla legione di Lungro si unirono quelle di mwbpgFrascineto e mwbpkCivita, costituendo così una brigata sotto il comando di Giuseppe Pace. Il 1 e il 2 ottobre le mwbpotruppe borboniche opposero una residua resistenza ai nostri. Nella battaglia del Volturno i lungresi combatterono valorosamente ottenendo una splendida vittoria. Dal mwbps2007 mwbpwLungro è denominata "mwbp0Città del mwbp4Risorgimento"cite-ref-108[108]cite-ref-109[109].
L’elenco dei patrioti mwbq4arbëreshë che parteciparono alle diverse guerre del Risorgimento nazionale è lungo. Tra queste colonne, alcuni di coloro da menzionare e che rappresentavano la “intellighenzia” del tempo sono: in Sicilia da Piana degli Albanesi Pietro Piediscalzi (1825-1860), patriota e cospiratore, appartenente ai Mille, il quale mori a Palermo combattendo nel 1860; Giuseppe Bennici (1841-1909), soldato e scrittore, aiutante di campo dì mwbreNino Bixio, seguace di Garibaldi ad mwbriAspromonte; Giorgio Costantini (1838-1916), insegnante e storico; mwbrqTommaso Manzone, nobile, cospiratore, patriota e politico; Papàs mwbruDemetrio Camarda, costretto ad abbandonare la Sicilia a causa dei forti sospetti che la polizia borbonica nutriva nei suoi confronti come patriota e cospiratore; da mwbryPalazzo Adriano mwbrcFrancesco Crispi fu il massimo promotore della spedizione dei Mille e convinse Garibaldi a prepararla e attuarla.
In Calabria: da San Demetrio Corone i fratelli mwbrkDomenico e mwbroRaffaele Mauro furono al fianco di Garibaldi da Quarto fino alla mwbrsliberazione di Napoli, e dopo la caduta dei Borboni, Domenico, uomo di legge e letterato, sedette al Parlamento nazionale per due legislature; mwbrwAgesilao Milano, di mwbr0San Benedetto Ullano, studente del Collegio di Sant’Adriano, attentò la vita del re mwbr4Ferdinando II di Borbone senza riuscire nell’intento e pagò con la morte il suo gesto; Pasquale Scura di mwbsaVaccarizzo Albanese, Garibaldi lo volle ministro Guardasigilli nel governo provvisorio a Napoli, molto inviso a re Ferdinando II che lo considerava un pericoloso sovversivo; mwbseGennaro Placco di Civita, unitosi a Garibaldi, combatté da valoroso a mwbsiCampotenese contro i Borboni, ferito e catturato venne condannato a morte, pena commutata in ergastolo; Raffaele Camodeca di mwbsqCastroregio, fucilato nel mwbsuVallone di Rovito nel 1844; mwbsyCesare Marini di San Demetrio Corone, illustre avvocato, penalista, civilista e magistrato, nel 1844 venne nominato difensore d’ufficio dei fratelli Bandiera; mwbscDomenico Damis di mwbsgLungro, patriota, generale e politico; Attanasio Dramis di mwbsoSan Giorgio Albanese, attivo cospiratore antiborbonico, più volte incarcerato, studente del Sant’Adriano e compagno di lotta del Milano, partecipò all'impresa garibaldina e combatté in Sicilia; mwbssPasquale Baffi di mwbswSanta Sofia d'Epiro, aderì al governo provvisorio partenopeo fino alla restaurazione borbonica, quando venne arrestato e condannato alla impiccagione; Giuseppe Angelo Nociti di mwbs0Spezzano Albanese, con altri studenti del Sant’Adriano e il loro professore Antonio Marchianò di Macchia Albanese partecipò ai moti insurrezionali di mwbs8Campotenese.cite-ref-110[110]
Gli Italo-Albanesi e la Rinascita Nazionale Albanese
«
Arbëria çë pas detit na kujton se na të huaj jemi te ki dhe! Sa vjet shkuan! E zëmra së harron se për Turkun qëndruam pa Mëmëdhe.
»
(Da Rrutullup di Giuseppe Serembe)
La mwbuwRilindja Kombëtare Shqipëtare (Rinascita Nazionale Albanese) il cui ideale patriottico era la rinascita nazionale dell'Albania e il desiderio d'mwbu0indipendenza dall'Impero ottomano, è nata da un incisivo impulso delle classi intellettuali religiose e colte delle colonie albanesi d'Italiacite-ref-112[112]cite-ref-113[113], da cui partì, già dal mwbvyXVIII secolo, sotto l'impulso più ampio dei mwbvcromanticismi europei. Molteplici furono i contributi culturali degli italo-albanesi per la nascita dello stato albanese, spesso poco conosciute oggi nella stessa Albaniacite-ref-114[114], così come manifestazioni a favore della causa albanese, con pubblicazioni, la nascita di riviste, associazioni e varie conferenze in diverse zone dell'mwbvwArberia, con un grande sostegno politico, culturale e anche "militare"cite-ref-115[115]cite-ref-116[116]. Gli italo-albanesi furono a buon titolo iniziatori della mwbwurilindje para Rilindjes (rinascita prima della Rinascita albanese).
Alcuni dei personaggi italo-albanesi più rappresentativi dell'ideale romantico e agli antipodi del Risorgimento albanese furono: padre mwbwcGiorgio Guzzetta, papàs Giulio Variboba, mwbwkGiuseppe Serembe, papàs mwbwoPaolo Maria Parrino, papàs mwbwsNicolò Chetta, papàs mwbwwVincenzo Dorsa, papàs mwbw0Francesco Antonio Santori, papàs Leonardo De Martino, papàs mwbw8Demetrio Camarda, Gavril Dara junior, mwbxeGirolamo De Rada, mwbxiGiuseppe Schirò, mwbxmAnselmo Lorecchio, mwbxqTerenzio Tocci, papàs Demetrio Chidichimo, mons. mwbxyGiuseppe Crispi, Francesco Musacchia, mons. mwbxgPaolo Schirò, Trifonio Guidera, Rosolino Petrotta, papàs mwbxsGaetano Petrotta e molti altri.
Gli Albanesi di Sicilia, i Fasci siciliani e la prima strage dell'Italia repubblicana
Dalla comunità italo-albanese di Piana degli Albanesi, in Sicilia, si sviluppo e si motivò fortemente il movimento dei mwbyqFasci siciliani dei Lavoratori (mwbyuDhomatet e gjindevet çë shërbejën), con la sezione più forte e numerosa del movimento, a cui parteciparono molte mwbyydonne mwbycarbëreshecite-ref-117[117]. Uno dei suoi abitanti, mwbywNicola Barbato (1856mwby0 – 1923), fu cofondatore e principale dirigente dei mwby4Fasci siciliani.
La stessa cittadina è tristemente nota per i fatti di mwbzaPortella della Ginestra, prima mwbzestrage dell'mwbziItalia repubblicana il 1º maggio 1947 da parte della banda criminale di mwbzmSalvatore Giuliano, che sparò contro la folla riunita per celebrare la festa del lavoro provocando undici morti e numerosi feriti tra gli italo-albanesi.
Migrazioni
L'emigrazione albanese in Italia è avvenuta in un arco di tempo che abbraccia almeno tre secoli, dalla metà del mwbbuXV alla metà del mwbbyXVIII secolo: si trattò in effetti di più ondate successive, in particolare dopo il 1468, anno della morte dell'eroe nazionale mwbbcGiorgio Castriota Scanderbeg.
Secondo studi sono almeno otto le ondate migratorie di mwbbkarbëreshë nella mwbbopenisola italiana, i quali, in genere, non si stabilirono in una sede fissa fin dall'inizio, ma si spostarono più volte all'interno del territorio italiano, e ciò spiegherebbe anche la loro presenza in moltissimi centri e in quasi tutto il meridionecite-ref-118[118].
• La mwbceprima migrazione risalirebbe agli anni mwbci1399-mwbcm1409, quando la Calabria, del Regno di Napoli, era sconvolta dalle lotte tra i feudatari e il mwbcqgoverno angioino e gruppi di albanesi fornirono i loro servizi militari ora a una parte ora all'altracite-ref-119[119].
• La mwbcoseconda migrazione risale agli anni mwbcs1461-mwbcw1470, quando mwbc0Scanderbeg, principe di Croia, inviò un corpo di spedizione albanese in aiuto di mwbc4Ferrante I d'Aragona in lotta contro mwbc8Giovanni d'Angiò; in cambio dei servizi resi fu concesso ai soldati albanesi di stanziarsi in alcuni territori della Puglia.
• La mwbdeterza migrazione (mwbdi1470-mwbdm1478) coincide con un intensificarsi dei rapporti tra il Regno di Napoli e i nobili albanesi, anche in seguito al matrimonio tra una nipote dello Skanderbeg e il principe mwbdqSanseverino di Bisignano e la caduta di mwbduCroia sotto il dominio mwbdyottomano. In questo stesso periodo una fiorente colonia albanese era presente a mwbdcVenezia e nei territori a questa soggetti.
• La mwbemsesta migrazione risale al mwbeq1743, quando il re spagnolo di Napoli, mwbeuCarlo di Borbone, accolse famiglie albanesi di mwbeyrito greco (in tutto 73 persone) provenienti da Piqeras, mwbegLukovë, Klikursi, Shën Vasil e Nivica-Bubar e le sistemò in mwbewAbruzzo, dove fondarono mwbe0Villa Badessa.cite-ref-120[120]
• La mwbfmsettima migrazione (mwbfq1774) vede un gruppo di albanesi rifugiarsi nelle terre deserte intorno a Brindisi in Puglia. Questo al tempo di mwbfuFerdinando IV di Napoli, figlio di mwbfyCarlo VII.cite-ref-121[121] A condizione di coltivare e sistemare le vaste terre deserte vicino al porto di Brindisi in Puglia, il re promise tre mwbfscarlini al giorno.cite-ref-222-122-0[122] Capo di questo gruppo era Panagiotis Caclamani, un uomo istruito, soprannominato Phantasia di mwbgaLeucade che dipendeva dal marchese Nicola Vivenzio (* 1742 in Nola; † 1816 in Napoli).cite-ref-123[123] Anche se Caclamani era proprietario di un Caffè, sapeva leggere e conosceva la lingua greca. Era stato allievo del sacerdote mwbguGiacomo Martorelli (* 10 gennaio 1699 a Napoli, † 21 novembre 1777 a Villa Vargas Macciucca a Ercolano).cite-ref-124[124] Tuttavia, la colonia non accontentò le aspettative del governo per le ingenti somme che erano state pagate. Alcuni dei nuovi coloni, attratti dal generoso pagamento di tre carlini al giorno giunsero nel Regno ma erano senz'arte e mestiere ed erano stati definiti "nient'altro che vagabondi". Dopo non molto tempo, i nuovi coloni furono ingannati dai loro superiori e in quantità, andarono nella capitale (Napoli) per chiedere al sovrano la tutela. Ferdinando IV presentò le loro lamentele a una commissione speciale, guidata da Nicola Vivenzio. Inoltre, il re ordinò che per risolvere una tale questione dovesse collaborare anche l'archimandrita Paisio Vretò, cappellano del 2º Reggimento Reale Macedone. La lealtà del cappellano nei confronti del re e il suo zelo verso i suoi compatrioti erano ben noti al sovrano. In effetti, presto ricevettero parte della loro retribuzione arretrata.cite-ref-222-122-1[122] Tuttavia, l'apparizione a Napoli e la morte del loro capo Phantasia furono la ragione della dispersione di questa colonia.cite-ref-125[125] Forse si trattava di Pallavirgata nei pressi di Brindisi, ma questo non si sa con certezza.cite-ref-126[126]
Le migrazioni degli albanesi, ora stanziatisi in Italia, non ebbero fine con l'ottava migrazione, ma se ne contano altre:
• Lmwbhs'mwbhwottava migrazione (mwbh0XX secolo) è rappresentata dagli ultimi gruppi di italo-albanesi della cosiddetta "diaspora della diaspora", inscrivibile nella mwbh4diaspora italiana verso altri stati europei (mwbh8Germania, mwbiaSvizzera, mwbieBelgio, mwbiiFrancia, ecc.) e le mwbimAmeriche (mwbiqStati Uniti, mwbiuCanada, mwbiyArgentina, mwbicBrasile, mwbigUruguay, mwbikCile, ecc.). La maggior parte di coloro che emigrarono per diverse cause nel XX secolo (povertà e Seconda Guerra mondiale) passarono per italiani e non per mwbioarbëreshë. Di fatto tali persone integrate da almeno due-tre generazioni nei loro paesi di destinazione, tranne rari casi, non hanno mantenuto né la lingua albanese (allora non si parlava italiano) né un legame storico con la comunità-paese di provenienza, se non addirittura un'idea della loro origine.
• Un altro fenomeno molto importante è quello degli italo-albanesi che dagli anni mwbiw'50-mwbi0'60 e mwbi4'70 del secolo scorso si sono trasferiti nell'mwbi8Italia settentrionale o nelle grandi città. Indicabile come la mwbjadecima migrazione, generalmente, al contrario della migrazione precedente, questi non sono stati assimilati dalla cultura predominate in cui vivono, ma hanno mantenuto la mwbjelingua albanese e stretti rapporti con la comunità-paese di provenienza, dove spesso ritornano. In molti casi si sono integrati nella comunità religiosa bizantina italo-albanese presente da più tempo nella città (es. Palermo), oppure, trattandosi di una comunità nuova per la comunità mwbjiarbëreshe (es. mwbjmTorino), hanno costituito e formato un nuovo gruppo religioso di rito bizantino e circoli-associazioni culturali.
Lingua
La lingua parlata dagli italo-albanesi è l'antica mwbkglingua albanese (mwbkkmwbkoarbërisht, mwbksarbërishtja o mwbkwgluha/gljuha arbëreshe), varietà linguistica della parlata mwbk0tosca (mwbk4toskë) del sud d'Albania ed Epiro, da dove ha avuto in massa origine la diaspora. Per mwbk8arbëresh si intende il nome con cui si riconoscono gli albanesi d'Italia, mentre mwblaarbërisht è la loro lingua parlata.
La lingua albanese in Italia appartiene al gruppo delle minoranze di antico insediamento che ha poca contiguità territoriale e, tolti alcuni momenti particolari, ha avuto sporadici contatti con il luogo d'origine. Si tratta di un'mwbliisola linguistica che ha tramandato nei secoli, perlopiù oralmente, il patrimonio linguistico, culturale e religioso.
Lmwblq'mwbluarbëresh (plurale maschile) ha 6 vocali: a,e,ë,o,i,u. A differenza dell'albanese comune il sistema vocalico mwblyarbëreshe manca del fonema y, che viene rimpiazzato da i. Il fonema y viene comunque scritto, essendo adottato, per motivi pratici e di unione linguistica, l'mwblcalfabeto albanese comune, normalizzato nel congresso di Monastir, oggi mwblgBitola in mwblkMacedonia del Nord, nel mwblo1908, nel quale è stato deciso - anche da una delegazione italo-albanese - di accettare l'mwblsalfabeto latino. Prima di questa data, non avendo una base comune da seguire, la lingua albanese era comunque scritta e letta dagli italo-albanesi, secondo strutture non sempre uguali fra tutti i centri e adattando più spesso l'alfabeto latino, con parole create nuove richiamanti l'mwblwillirico, o talvolta raramente anche il greco anticocite-ref-127[127]. Vi sono stati, pertanto, movimenti di unione delle parlate albanesi d'Italia da intellettuali, fra cui l'intento di Giuseppe Schirò Senior, e i "Congressi linguistici albanesi" di mwbmeCorigliano Calabro (1895), mwbmiLungro (1897) e mwbmmPiana degli Albanesi (1903), volti anche in preparazione di quello di Monastir. Dal punto di vista del mwbmqlessico si nota la mancanza di vocaboli per la denominazione di concetti astratti, che nel corso dei secoli sono stati sostituiti con perifrasi o con prestiti dell'mwbmuitaliano.
L'mwbmcaccento è un altro elemento che accomuna gli albanesi d'Italia: è di solito sulla penultima sillaba e per i non albanofoni gli mwbmgarbëreshë tendono a sembrare un po "sardi", in quanto pronunciano le parole con un'enfasi differente dagli altri italiani.
Ci sono comunque attestazioni che giustificano inflessioni anche del mwbmoghego (mwbmsgegë, dialetto parlato nel nord dell'Albania), mentre li dove si è mantenuto il rito bizantino si possono riscontrare poche parole del mwbmwgreco liturgico (relativo alla sua pratica nelle funzioni religiose di rito bizantino). Recentemente si sono aggiunte contaminazioni dai mwbm0dialetti locali meridionali, venutasi a creare durante la permanenza in Italia, o l'influenza più preminente dell'italiano, essendo la lingua predominante dei media e delle comunicazioni. Da qui la differenza in ambito mwbm4arbëresh dell'italiano come "lingua del pane" (mwbm8gluha e bukës), utilizzata in ambito lavorativo ed extra famiglia-comunità, e dell'albanese come "lingua del cuore" (mwbnagluha e zëmërës), la lingua materna degli affetti, comune in ambito familiare e di comunità.
Differenze tra l'albanese mwbniarbëresh e il tosco letterario esistono sia in fonologia (cfr. il contrasto breve/lunga tra le vocali) sia in morfologia e nella sintassi. Lmwbnm'mwbnqarbëresh ha una propria forma del futuro (costruita con ket o kat + te + presente congiuntivo). In molti dialetti albanesi d'Italia (come a mwbnuMaschito e Ginestra in mwbnyprovincia di Potenza) esiste una costruzione perifrastica dell'infinito costruito con pet + participio.
Rispetto all'albanese comune, lmwboo'mwbosarbëresh registra alcune caratteristiche fonologiche proprie che nel sistema consonantico sono le seguenti: c/x, c/xh, s/z, sh/zh, f/v, th/dh, h, hj/j. In molti dialetti mwbowarbëreshë c'è una tendenza alla sostituzione di a) gh per ll, come a mwbo0Piana degli Albanesi, mwbo4Carfizzi ed mwbo8Ejanina; dopo u accentata ll può anche scomparire come a mwbpaGreci; b) h diventa gh (fricativo) a mwbpeSan Demetrio Corone e Macchia Albanese. Le parlate mwbpmarbëreshe quindi, pur mantenendo nella loro struttura fonetica, morfosintattica e lessicale tratti comuni, registrano variazioni da paese a paese. La frammentazione territoriale ha naturalmente inciso sulla tipologia linguistica delle comunità albanesi d'Italia, anche per i contatti, se pur rari in passato, con diverse varietà dialettali italo-romanze, introducendo così elementi di prestito a volte diversificati da una località all'altra.
Oggi, anche se la lingua contemporanea mwbpustandard d'Albania si basa quasi esclusivamente sulla parlata meridionale (per via delle decisioni prese dall'azione del dittatore mwbpyEnver Hoxha, nativo di mwbpcArgirocastro), l'albanese parlato in Italia è di non immediata comprensione per un madrelingua albanese d'Albania. In ogni modo, a parte gli elementi innovativi sviluppatesi nel corso della permanenza in Italia, lmwbpg'mwbpkarbërisht rimane di discreta mwbpomutua intelligibilità per un albanese dei Balcani. Esso non si può dire per gli italo-albanesi, che a primo impatto possono non comprendere totalmente la lingua albanese mwbpsstandard, e fin che ciò avvenga ci vuole uno sforzo reciproco da entrambi i dialogatori e uno studio di base della lingua.
In generale si ritiene che il livello di intercomprensione linguistica tra gli albanesi d'Italia (mwbp0arbëreshë) e gli albanesi d'Albania e dei mwbp4Balcani (mwbp8shqiptarë) sia discreto. Si stima che il 45% dei vocaboli mwbqaarbëreshë siano in comune con la lingua albanese attuale d'Albaniacite-ref-fjalor-128-0[128]cite-ref-129[129], e che un altro 15% sia rappresentato da neologismi creati da scrittori italo-albanesi e poi passati nella lingua comune; il resto è frutto di contaminazione con l'italiano ma soprattutto con i dialetti delle singole realtà locali del sud Italiacite-ref-130[130].
Non esiste una struttura ufficiale politica, culturale e amministrativa che rappresenti le comunità albanesi in Italia. È da rilevare il ruolo di coordinamento istituzionale svolto in questi anni dalle singole province del meridione italiano con la presenza mwbq4arbëreshë, in primis quelle di Cosenza e Palermo, che hanno creato appositi Assessorati alle Minoranze Linguistichecite-ref-eteroglossia-131-0[131]. Le eparchie di Lungro e Piana degli Albanesi rimangono in ogni modo le realtà che maggiormente tutelano e tramandano il patrimonio linguistico avito. La lingua mwbrmarbëreshe dal mwbrq1999 è pienamente riconosciuta dallo Stato Italiano come "lingua di minoranza etnica e linguistica", particolarmente nell'ambito delle amministrazioni locali e nelle scuole dell'obbligocite-ref-eteroglossia-131-1[131]cite-ref-132[132]. Essendo a rischio di scomparsa, influenzata in modo notevole dal lessico italiano, numerose associazioni la tutelano e la valorizzano attraverso riviste, radio private o siti mwbr0web. Gli statuti regionali di Molise, Basilicata, Calabria e Sicilia fanno riferimento alla lingua e alla tradizione albanese, tramite il suo studio anche nelle sedi scolastiche e universitarie, ciononostante gli mwbr4arbëreshë continuano ad avvertire la propria sopravvivenza culturale minacciatacite-ref-eteroglossia-131-2[131].
Tradizione linguistico-letteraria
La storia della mwbtqminoranza italo-albanese presenta caratteristiche singolari e, per molti aspetti, uniche rispetto alle tradizioni linguistiche e letterarie delle altre minoranze esistenti in Italiacite-ref-133[133]: essa possiede - a differenza delle altre - una vera e propria letteratura, colta e cospicua, che spazia dalla fine del XVI secolo fino ad oggi.
Il rapporto dellmwbto'mwbtsarbëresh con le altre mwbtwtradizioni linguistiche albanesi, presenti nella stessa Albania e in varie parti d'Europa, è di diretta e rilevante partecipazione nella nascita della lingua scritta e mwbt0letteraria albanese, così come noi oggi la conosciamo. In ogni caso, le comunità albanesi d'Italia hanno mantenuto uno stretto legame interiore con la propria lingua e i propri costumi. Il sentimento di appartenenza a una comunità più ampia, anche a differenza della religione e costumi, è stata cementata prima di ogni altra cosa dalla comunanza della lingua.
La tradizione linguistica-letteraria italo-albanese si intreccia con la storia della lingua albanese d'Albaniacite-ref-antologiarb-134-0[134] senza altre caratteristiche. Non esiste insomma un rapporto, per così dire di dipendenza gerarchica tra lingua parlata delle popolazioni albanesi dell'Italia e la lingua albanese parlata in Albania. Più che un rapporto di diretta filiazione, e dipendenza, si deve correttamente parlare di tradizione parallela e paritaria, che condivide per un lungo periodo con le altre tradizioni culturali albanofone molti aspetti dello sviluppo della lingua, della letteratura e, d'altre parte, ovviamente, se ne differenzia per gli aspetti legati alla particolarità di luogo, organizzazione sociale, economica e giuridica specifiche di ogni stanziamento.
Gli scrittori e i poeti italo-albanesi hanno contribuito alla genesi e all'evoluzione di tutta la letteratura albanese. Sia per i contenuti sia per il valore poetico, gli autori mwbuqarbëreshë, compaiono con grande rilievo in tutte le storie della letteratura della Repubblica Albanesecite-ref-antologiarb-134-1[134]. Tra l'altro le parlate arbëreshe hanno avuto anche un ruolo di fonte di arricchimento lessicale della lingua letteraria albanese, con una produzione scritta significativa, con la quale incomincia l'intera tradizione letteraria in lingua albanese. La letteratura albanese della diaspora nasce, in variante tosca, con mwbukE Mbësuame e Krështerëcite-ref-135[135] (la Dottrina Cristiana) di mwbu4Luca Matranga nel mwbu81592. In questa opera si trova la prima poesia religiosa in lingua albanese.
La tutela della lingua
Il problema della tutela delle minoranze interne, in Italia, è stato posto con forza all'attenzione dell'opinione pubblica nazionale verso la fine degli mwby4anni '60, grazie all'impiego di associazioni, riviste e gruppi di intellettuali che hanno espresso un vasto movimento d'opinione a sostegno del recupero della diversità linguistica e culturale e della rivalorizzazione dell'identità etnica di tutti i soggetti minoritari presenti nello Stato italiano. Gli italo-albanesi, in questo senso, hanno svolto un ruolo di primissimo pianocite-ref-136[136].
L'interesse per i diritti linguistici e culturali dell minoranze è così venuto crescendo nel corso degli mwbzqanni '70 e negli mwbzuanni '80, e tra le iniziative che confermarono questa nuova attenzione per il pluralismo linguistico in genere e verso le "piccole patrie" dellmwbzy'mwbzcArbëria è stata l'organizzazione di convegni e incontri di studio di livello scientifico sull'argomento, tra i quali spicca il IX Congresso Internazionale di Studi Albanesi (Etnia albanese e minoranze linguistiche in Italia), promosso nel mwbzg1981 dall'Istituto di Lingua e Letteratura Albanese dell'mwbzkUniversità di Palermo e dal Centro Internazionale di Studi Albanesi "Rosolino Petrotta".
Dal mwbzs1999, con la Legge n. 482 del 15 dicembre - "Norme in materia di tutela delle minoranze linguistiche storiche", si tutelano le minoranze etniche e linguistiche presenti sul territorio italiano, fra cui quella albanese.
I diritti della minoranza etnica e linguistica albanese d'Italia sono riconosciuti nei testi normativi alla base delle istituzioni nazionali e internazionali (mwbz0UNESCO, mwbz4Unione europea, mwbz8Consiglio d'Europa, mwb0aCostituzione della Repubblica Italiana e poi a livello mwb0eregionale). In attuazione dell'articolo 6 della Costituzione e in armonia con i principi generali stabiliti dagli organismi europei e internazionali, la Repubblica Italiana tutela, valorizza e promuove il patrimonio linguistico e culturale delle popolazioni albanesicite-ref-137[137].
Quando le minoranze linguistiche, menzionate nell'articolo 2, si trovano distribuite su territori provinciali o regionali diversi, esse possono costituire organismi di coordinamento. Tra le principali norme emanate dalla legge c'è l'introduzione della lingua minoritaria albanese come materia di studio nelle scuole. Nelle scuole materne dei comuni l'educazione linguistica prevede, accanto all'uso della lingua italiana, anche l'uso della lingua della minoranza per lo svolgimento delle attività educative. Nelle scuole elementari e nelle scuole secondarie di primo grado è previsto l'uso anche della lingua mwb0carbëreshe come strumento di insegnamento.
La mwb0klingua arbëreshe continua ad essere regolata e insegnata dalle Cattedra di Lingua e Letteratura Albanese dell'Università di: Napoli, Palermo, Roma, Cosenzacite-ref-138[138], Padova, Bari. Alcuni “sportelli linguistici” provinciali sono stati attivati in Sicilia, a Palermo, in collaborazione con il dipartimento di lingua albanese dell'Università e le biblioteche locali, e in Calabria, a Catanzaro e a Cosenza, questi in collaborazione con la Sezione di Albanologia del Dipartimento di Linguistica dell’mwb04Università della Calabria, presso la quale sono attualmente attivati gli insegnamenti di Lingua e letteratura albanese (dal 1973), Dialetti albanesi dell’Italia meridionale (dal 1980) e Filologia albanese (dal 1993). Con la riforma degli ordinamenti didattici (2002), si sono affiancati all’insegnamento di Lingua e letteratura albanese, i due insegnamenti distinti di Letteratura albanese e di Lingua e traduzione albanese.
Le maggiori riviste mwb1aarbëreshe sono: «Besa» (Fede, Roma); «Basilicata Arbëreshe»; «Catanzaro Arberia»; «Dita Jote» (Il tuo giorno, Santa Sofia d’Epiro, Cs); «Kamastra» (Molise); «Katundi Ynë» (Paese Nostro, Civita, Cs); «Kumbora» (Ururi, Cs); «Lidhja» (L’Unione, Frascineto, Cs); «OC Oriente Cristiano» (Palermo); «Fiala e t'in' Zoti» (La Parola del Signore), «Jeta Arbreshe», «Lajmtari i Arbreshvet» (Il notiziario italo-albanese), «Mondo Albanese», «Biblos» (Piana degli Albanesi, Pa); «Shejzat» (Le Pleiadi, Roma); «Uri» (Il Tizzone, Spezzano Albanese, Cs); «Zëri Arbëreshvet» (La Voce degli Italo-Albanesi), «Jeta Arbëreshe» (Ejanina, Cs); «Zgjimi» (Il Risveglio, San Benedetto Ullano) e «Zjarri» (Il Fuoco, San Demetrio Corone, Cs).
Media
La mwb1mRai mwb1qCalabria (mwb1uTGR), direttamente collegata alla Legge 482 - 1999 e al contratto di servizio nazionale che assicura condizioni per la tutela delle minoranze linguistiche storiche, vara dal 2025 programmi radio-televisivi interamente in lingua albanese mwb1yarbëreshcite-ref-139[139] volti alla valorizzazione della cultura degli albanesi d'Italiacite-ref-140[140].
Frasi in lingua arbëreshe
In generale la lingua albanese parlata nelle varie oasi d'Italia non è molto differente da quella mwb2istandard parlata oggi in Albaniacite-ref-141[141]. Essa possiede, comunque, delle varianti dovute alla provenienza degli abitanti (geghi o toschi), alla storia locale e al contempo all'aspetto di mantenimento di una lingua più "pura" e arcaica.
L'incontro tra mwb2garbëreshë di diverse località, o tra mwb2karbëreshë e mwb2oshqiptarë, apre certamente un dialogo in lingua albanese emotivamente e umanamente coinvolgente. Lo spirito di fratellanza ha concretezza nel famoso detto mwb2sgjaku jonë i shprishur (il sangue nostro disperso), che è l'essenza stessa della comune mwb2worigine.
La lingua albanese parlata dagli italo-albanesi, mwb24mwb28gjuha arbëreshe, non è conosciuta da molti mwb3avisitatori e di solito ogni tentativo di parlarlo è accolto con entusiasmo e gratitudine. Queste a seguire sono le migliori frasi per essere cortesi e per un dialogo essenziale.
| Albanese standard | Arbëresh (varianti albanesi d'Italia) | Italiano |
|---|---|---|
| Përshëndetje / Tungjatjeta | Falem , Falemi (se più di una persona) | Salve / Ciao |
| Mirë se erdhët , Mirë se vini | Mirë se (na) erdhët , Mirë se erdhtit | Benvenuti |
| Mirëdita | Mirëdita | Buongiorno |
| Mirëmëngjes | Mirëmenat | Buongiorno (mattina, sino a mezzogiorno) |
| Mirëmbrëma | Mirëmbrëma | Buonasera |
| Çfarë po bën? | Çë je bën? | Che fai? |
| Si je? | Si je? Si rrì? Si vemi? | Come stai? |
| Shumë mirë | Shumë mirë | Molto bene |
| Faleminderit! Të lutem | Faleminderit! Haristis! Paqë! Mosgjë / Faregjë | Grazie! Prego |
| Flet shqip? | Flet, Fjet, Fol, Gyjëkon arbërisht? | Parli albanese? |
| Unë flas pak | U flas pak, U fjas pak | Io parlo poco |
| Unë banoj në Strigar | U rri Strigar | Io abito a San Cosmo Albanese |
| Nga je? | Nga je? Ka je? | Di dove sei? |
| Unë jam (vij) nga Korça | U jam (vinj) ka/nga Korça | Io vengo da Coriza |
| Je shqiptar? | Je arbëresh? | Sei albanese? |
| Si quhesh? Si e ke emrin? | Si të thonë? Si të thonjën? | Come ti chiami? |
| Unë quhem Ëngjëlla | Më thonë Ëngjëlla, Më thonjën Ëngjëlla | Mi chiamo Angela |
| Më falni / Më vjen keq | Ka më ndjéni , Ndjésë | Scusi / Mi scuso |
| Nuk e kuptova | Nëng ndjova, Ngë e ndëlgova | Non ho capito |
| Është mirë / Në rregull | Isht mirë / Vete mirë | Va bene |
| Unë shkoj | U jam e vete | Io vado |
| Ju lutem | E parkàles / Ju lutem | Per favore |
| Qofsh ty i gëzuar | Klofsh ty i gëzuar | Possa tu essere felice |
| Gezohem që u njohëm | Gezonem të të njoh | Piacere di conoscerti |
| Ju bëftë mirë | Ju bëftë mirë | Buon appetito (a voi) |
| Të jesh mirë / Gjithë të mirat | Të jesh mirë / Rrij mirë | Stammi bene |
| Natën e mirë | Natën e mirë | Buonanotte |
| Mirupafshim | Qavarrisu , Mirupafshim , Shihemi , Dukemi | Arrivederci |
| Po | O, Ëhj [ 142 ] , Né | Sì |
| Jo | Jo | No |
Alcune parole, uguali o simili tra di loro, possiedono significati diversi nell'albanese standard parlato nei Balcani (mwce0shqip) e nell'albanese antico parlato in Italia (mwce4arbëresh).
| Arbëresh | italiano (significato) | Albanese standard |
|---|---|---|
| U shurbenj | Io lavoro | Unë punoj |
| U punonj | Io aro il terreno | Unë punoj tokën |
| Kopil | Ragazzo | Djal (kopil = figlio illegittimo) |
| Brekë | Pantaloni | Pantallona (brekë = mutande) / Tirqë (Pantaloni trad. di lana) |
| U zienj | Io cucino | Unë gatuaj (unë ziej = io bollo) |
Religione
Il mwch8rito mwciareligioso seguito dagli albanesi rifugiati in Italia era quello mwciebizantino nella mwciilingua greca antica – da ciò derivò una certa confusione che si è fatto in passato tra greci e albanesi a proposito degli abitanti di queste comunità – e in seguito in lingua albanese, secondo le antiche parlate localicite-ref-143[143]. In parte essi erano già, dopo vari mwcicConcili, in comunione con la mwcigchiesa cattolica; gli altri, una volta in Italia, vi si assoggettarono, continuando a rimanere tenacemente attaccati alla propria identità religiosa bizantina.
Fino alla metà del mwcioXVI secolo, queste comunità erano riuscite a mantenere anche costanti rapporti con il mwcisPatriarcato di mwciwOcrida (tra l'Albania e l'attuale mwci0Macedonia) da cui dipendevano, e che considerò costantemente gli italo-albanesi sotto la sua giurisdizione canonica. Altri rapporti più sporadici furono con le zone di influsso albanese in mwci4Morea, con mwci8Creta, ancora sotto protettorato mwcjaveneziano, e successivamente con la zona della mwcjeCiamuria.
Sotto il mwcjmpontificato di mwcjqpapa Clemente XI (1700-1721), di origine albanese, e di mwcjupapa Clemente XII (1730-1740), si registra un rinnovato interesse da parte della Santa Sede verso la tradizione ecclesiale bizantina, che si manifesta con la fondazione del "Collegio Corsini" di mwcjySan Benedetto Ullano (mwcjc1732), poi trasferito nel mwcjg1794 a mwcjkSan Demetrio Corone nel "Collegio Italo-Albanese di Sant'Adriano", per le comunità albanesi di rito bizantino della Calabria e del "Seminario Italo-Albanese" di Palermo (1734) per le comunità albanesi di rito bizantino della Sicilia. La presenza di questi due centri culturali garantì alle comunità albanesi della mwcjoprovincia di Cosenza e di Palermo il mantenimento dell'eredità storica e culturale, su cui si formò un filone di impegno civile e intellettuale attento alle istanze libertarie e democratiche della società italiana. Ma oltre a formare intellettuali e clerici progressisti, che svolsero un ruolo di protagonisti nel movimento risorgimentale italiano e albanese, queste due istituzioni favorirono con la propagazione delle nuove idee romantiche, il sorgere tra gli mwcjsarbëreshë di una più matura e diffusa coscienza nazionale.
La vita quotidiana del mwckmpopolo albanese d'Italia era prima scandito sia dagli mwckqagenti atmosferici (molti paesi albanesi hanno mwckuclimi rigidi data la loro altezza sul livello del mare), sia dal lavoro e quanto soprattutto dalla mwckypreghiera e dalle festività religiose.
La società italo-albanese è in buona parte laica, ma la presenza dominante delle mwckgchiese di ispirazione mwckkbizantina e dei ministri del culto testimoniano visivamente quanto la mwckoreligione mwckscristiana sia ancora un elemento di riferimento nella società mwckwarbëreshe. Non è solo un fatto numerico (le mwck0statistiche delle due mwck4eparchie parlano di una popolazione di mwck8rito bizantino per oltre il 96%; gli italo-albanesi di mwclarito latino sono il 4%), e neppure dottrinale, ma dalla persistenza di un primato "morale" che nasce dai cinque secoli di mwclediaspora, a causa della dominazione mwcliottomana dell'Albania e dei Balcani, in cui la religione cristiana e i suoi mwclmsacerdoti-mwclqmonaci furono i custodi della cultura, della lingua, delle tradizioni avite albanesi.
Oggi il rito bizantino sopravvive nelle comunità albanesi in provincia di Potenza, mwclyPescara, nei comuni di mwclcLecce e mwclgBari, e soprattutto nelle comunità albanesi della provincia di Cosenza in Calabria e della provincia di Palermo in Sicilia. A causa delle pressioni della Chiesa latina, infatti, alcuni centri albanesi in Campania, Molise e Puglia sono passati, fra XVIII e XIX sec., dal rito orientale al rito cattolico romano.
Storia religiosa
Dopo il mwcou1468, anno di morte di mwcoyScanderbeg e l'inizio dell'esodo albanese, si ebbe una grande migrazione che portò numerosi albanesi a stabilirsi sia nel Regno di Napoli sia nel Regno di Siciliacite-ref-migraz-53-3[53]. Gli esuli provenivano in massa dall'Albania (anche nota in Occidente come Epiro - Ciamuria - o Macedonia) e in generale, in secondo momento, dai territori albanofoni dei Balcani (mwcosMacedonia, mwcowAttica, mwco0Eubea, Morea, ecc.) e albanofoni di mwco4Creta (mwco8Candia). Questa popolazione albanese era cristiana cattolica di tradizione orientale (del tutto ortodossa ma in comunione con Roma), già sotto la giurisdizione del patriarcato di mwcpaCostantinopoli. A seguito del mwcpeConcilio di Basilea, Ferrara e Firenze gli albanesi, eliminando di fatto il mwcpigrande Scisma con la mwcpmBolla di Unione con i Greci, mantennero il rito orientale e riconobbero il mwcpqpapato. La Bolla di unione tra Chiesa latina e Chiesa greca, emanata al Concilio di Firenze (mwcpu1439), è il momento nel quale gli albanesi ritornarono di fatto al cattolicesimo mantenendo il rito greco. La bolla di unione ricompose così l'unità del Cristianesimo; la tradizione orientale e quella occidentale si riconoscono definitivamente l'un l'altra. Gli mwcpyarbëreshë, già di dipendenza romana sino alla crisi mwcpciconoclasta, si ritrovano ora (Firenze) in comunione con Roma e con Costantinopoli. Denunciata, da Costantinopoli, l'unione di Firenze, gli albanesi sino a tardi, e gli mwcpgarbëreshë per sempre, rimangono fedeli a Roma.
I contatti con la madrepatria furono nel tempo ostacolati particolarmente dalle differenze di carattere religioso. Molti degli abitanti dell'Albania storica passarono all'mwcp0islam, dopo la conquista mwcp4ottomana del paese - questo specialmente dal mwcp8XVIII secolo in poi - mentre gli albanesi d'Italia continuarono a conservare, in gran parte, la fede cristiana di rito bizantino, talvolta detto greco per la lingua greca antica utilizzata nelle pratiche liturgiche.
Gli albanesi trasferiti nella mwcqeRepubblica di Venezia (generalmente gheghi del nord, ad esempio da mwcqiDurazzo, mwcqmScutari, mwcqqKosova, sino alla parte più settentrionale dell'mwcquAlbania Veneta), sia cattolici di rito greco che di rito latino, si organizzarono in una congregazione, la mwcqyScuola di Santa Maria degli Albanesi (1491), uno dei cuori della vita civile e religiosa albanese nella città, insieme alla chiesa di rito greco di mwcqcChiesa di San Giorgio dei Greci (1539).
Nel mwcqk1573 il pontefice mwcqoGregorio XIII, sentite le istanze della minoranza religiosa albanese di rito greco-bizantino, istituì la Congregazione dei Greci a Roma. Nonostante la contrarietà della mwcqsCompagnia di Gesù, che riteneva più opportuno mwcqwromanizzare le comunità di rito greco, in seno alla Congregazione prevalse la posizione del cardinale mwcq0Giulio Antonio Santoro che, rispettoso dell'autonomia culturale della minoranza albanese, propose la creazione di un Collegio Greco per la formazione religiosa del clero orientale, al fine di evitare eventuali comportamenti mwcq4eretici. La fondazione del mwcq8Collegio Greco venne approvata nel mwcra1577 da Gregorio XIII che provvide anche all'acquisto dell'isolato di mwcreVia del Babuino destinato ad accogliere il nuovo istituto. Nel mwcri1580 il cardinal Santoro pose la prima pietra della mwcrmChiesa di Sant'Atanasio: la costruzione, affidata a mwcrqGiacomo Della Porta, era già terminata nel mwcru1583 e il pontefice in persona celebrò la prima mwcrymessa secondo il rito greco.
Dopo il mwcrgconcilio di Trento le comunità albanesi vennero poste sotto la giurisdizione dei vescovi latini del luogo, determinando, così, un progressivo impoverimento della tradizione bizantina. Fu in questi anni che molti italo-albanesi, a causa delle pressioni della chiesa cattolica locale, furono costretti ad abbandonare il mwcrkrito bizantino passando al mwcrorito latino (per esempio: mwcrsSpezzano Albanesecite-ref-ritoreligioso-144-0[144]cite-ref-rel-145-0[145] in Calabria; tre paesi albanofoni del mwcsqVulture-Melfese, quali mwcsuBarile, mwcsyGinestra, mwcscMaschito; o i quattro comuni albanesi del mwcsgMolise, ovvero mwcskCampomarino, mwcsoMontecilfone, mwcssPortocannone, mwcswUruri)cite-ref-146[146]. Per salvaguardare la loro tradizione religiosa, la chiesa cattolica, spinta dalle comunità mwctearbëreshe e in particolare dal mwctiServo di Dio Papàs mwctmGiorgio Guzzetta, decise di creare delle istituzioni per l'istruzione dei giovani di rito bizantino.
Dal mwctuXVI secolo sacerdoti italo-albanesi furono mwctymissionari in Albania (mwctcarcidiocesi di Durazzo, comprendente la regione dell'Epiro Ciamuria), con vescovi ordinanti per i mwctggreco-cattolici albanesi dal mwctk1660 al mwcto1769.
Nel mwctw1732 mwct0Papa Clemente XII eresse il "Collegio Corsini" di mwct4San Benedetto Ullano per gli albanesi di rito greco in Calabria, poi "Collegio Italo-Albanese Sant'Adriano" trasferito in mwct8San Demetrio Corone (mwcua1794)cite-ref-147[147], e nel mwcuu1734 il "Seminario Italo-Albanese" di mwcuyPalermo per gli albanesi di Sicilia, poi trasferito a mwcucPiana degli Albanesi nel mwcug1945cite-ref-ritoreligioso-144-1[144]. Tra il 1734 e il 1784 la Santa Sede nominava due vescovi ordinanti di rito greco rispettivamente per gli albanesi di Calabria e di Sicilia, con il compito di formare i seminaristi, dare le ordinazioni sacre e conferire i mwcu0sacramenti secondo il proprio rito. Per molto tempo questa situazione rimase immutata e spesso le comunità albanesi avevano espresso a mwcu4Roma la richiesta di avere dei mwcu8vescovi propri con piena autorità.
Nel mwcve1867 era stato abbandonato da mwcviPio IX il principio della preminenza del rito latino sugli altri riti; mwcvmLeone XIII e i papi successivi compirono altri passi distensivi.
Fu mwcvuBenedetto XV a esaudire le richieste del popolo italo-albanese, creando nel mwcvy1919 un'mwcvcEparchia per gli mwcvgarbëreshë di Calabria e dell'mwcvkItalia peninsulare con sede a mwcvoLungro, staccando dalle diocesi di rito latino le parrocchie che ancora conservano il rito bizantinocite-ref-ritoreligioso-144-2[144]cite-ref-rel-145-1[145].
Nel mwcwq1937 mwcwuPapa Pio XI istituì l'mwcwyEparchia di Piana degli Albanesi per i fedeli mwcwcarbëreshë di rito bizantino di Sicilia, riconosciuta civilmente anche dallo Stato italianocite-ref-ritoreligioso-144-3[144]cite-ref-148[148].
Legata storicamente e religiosamente al gruppo etnico albanese, seppur con origini più antiche, è anche la circoscrizione della Chiesa Italo-Albanese del mwcxemonastero Esarchico di Grottaferrata, che ottenne lo status di mwcxiabbazia territoriale anch'essa nel mwcxm1937 dopo l'erezione dell'Eparchia di Piana degli Albanesi.
L'ordine basiliano di Grottaferrata, nel nome della fraterna origine con gli albanesi e nell'obbiettivo di riconvertirli al cristianesimo dei padri, intraprese una attività missionaria in Albaniacite-ref-149[149], conclusosi a causa dell'avvento del regime comunista.
Nel corso dei secoli gli mwcx8arbëreshë sono riusciti a mantenere e a sviluppare la propria mwcyaidentità albanese grazie alla loro caparbietàcite-ref-albitalia-8-2[8] e al valore culturale esercitato principalmente dai due istituti religiosi di rito orientale, i suddetti seminari, la cui memoria e l'eredità spirituale sono oggi delle sedi eparchiali.
Per il liceo-ginnasio gli alunni italo-albanesi sono stati accolti per lungo tempo al Seminario Benedetto XV di Grottaferrata e infine, per completare gli studi universitari, nel Pontificio Collegio greco di Sant'Atanasio di Roma.
Nei centri di formazione religiosa, dal Collegio greco (detto così per distinguerla dal rito romano) in Roma ai due Collegi/Seminari specificatamente destinati alla formazione dei sacerdoti italo-albanesi (in Calabria e in Sicilia) si formarono tutti gli intellettuali albanesi fino a tutto il mwcycXIX secolocite-ref-150[150].
Fino all'Unità d'Italia, per una serie di pubblici impieghi, in molti centri mwcy0arbëreshë, era necessario essere albanese e dichiararsi di fede bizantina.
La mwcy8Chiesa Italo-Albanese, seppur suddivisa in tre circoscrizioni, si erge con titolo di garante dell'"unità nazionale" degli albanesi d'Italia.
Chiesa Italo-Albanese
«I fedeli albanesi cattolici di rito greco, che abitavano l’Epiro e l’Albania, fuggiti a più riprese dalla dominazione dei turchi, […] accolti con generosa liberalità […] nelle terre della Calabria e della Sicilia, conservando, come del resto era giusto, i costumi e le tradizioni del popolo avio, in modo particolare i riti della loro Chiesa, insieme a tutte le leggi e consuetudini che essi avevano ricevute dai loro padri ed avevano con somma cura ed amore conservate per lungo corso di secoli. Questo modo di vivere dei profughi albanesi fu ben volentieri approvato e permesso dall’autorità pontificia, di modo che essi, al di là del proprio ciel, quasi ritrovarono la loro patria in suolo italiano […]»
(Costituzione Apostolica “Catholici fideles”, con la quale il 13 febbraio 1919 Papa Benedetto XV istituiva l’Eparchia di Lungro per gli albanesi dell’Italia continentalecite-ref-151[151].)
«Voi siete qui […] il drappello di profughi che, sostenuti dalla loro profonda fede evangelica, più di cinquecento anni fa giunsero in Sicilia, trovarono non solo un approdo stabile per il futuro delle loro famiglie come nucleo della Patria lontana, ma anche l'Isola maggiore del Mare Nostrum, che per la sua posizione naturale, è un centro di comunicazione tra Oriente e Occidente, un provvidenziale congiungimento tra sponde di diversi popoli. […] La Divina Provvidenza, la cui sapienza tutto dirige al bene degli uomini, ha reso la vostra situazione feconda di promesse: il vostro rito, la lingua albanese che ancora parlate e coltivate, unitamente alle vostre centenarie costumanze, costituiscono un'oasi di vita e di spiritualità orientale genuina trapiantate nel cuore dell'Occidente. Si può pertanto dire che voi siete stati investiti di una particolare missione ecumenica […]»
(Tratto dal discorso pronunciato da Papa Giovanni Paolo II in occasione del suo incontro con la comunità albanese di Sicilia, avvenuto il 21 novembre del 1982 presso la concattedrale dell'Eparchia di Piana degli Albanesicite-ref-152[152].)
«In atto di perenne ossequio alla Madre di Dio, esiste una comunità monastica italo-albanese di rito greco, con una rilevante schiera di religiosi basiliani. Si tratta di una incantevole isola di spiritualità, di perfezione religiosa, le cui note distintive sono il rito professato e l’amplissima tradizione di eventi, di opere e di meriti. È qui il centro, il focolare della intera Congregazione Basiliana d’Italia […] Leone XIII, Pio XI, Giovanni XXIII, tutti desiderosi di onorare, proteggere, dimostrare stima e favore per quest’isola del rito bizantino-greco, affinché, riaccendendo i suoi più eletti splendori, potesse sempre confermare che la voce di questo cenobio non è forestiera od estranea nella Chiesa, ma tenuta in grande considerazione accanto a quella del rito latino. […] i monaci basiliani sono a Grottaferrata per attestare, in modo continuo, la comunione di spirito della Chiesa Latina con l’intera Chiesa Orientale; così che Roma possa guardare ognor più all’Oriente con occhio fraterno e materno e con la ineffabile letizia di sentire tale comunione dello spirito in perfetta consonanza.»
(Tratto dall'omelia di Papa Paolo VI in occasione della sua visita alla Badia di Santa Maria di Grottaferrata, il 18 agosto 1963cite-ref-153[153].)
La mwcayChiesa cattolica italo-albanese (mwcacKlisha Arbëreshe) comprende tre Circoscrizioni ecclesiastiche: l'mwcagEparchia di Lungro degli Italo-Albanesi per gli italo-albanesi dell'mwcakItalia continentale con sede a mwcaoLungro (CS); l'mwcasEparchia di Piana degli Albanesi per gli italo-albanesi dell'mwcawItalia insulare con sede a mwca0Piana degli Albanesi (PA); il mwca4Monastero Esarchico di Grottaferrata i cui mwca8monaci basiliani (mwcbaO.S.B.I.) provengono dalle comunità albanesi d'Italia, con sede nella sola abbazia e chiesa abbaziale a mwcbeGrottaferrata (RM).
La Chiesa Italo-Albanese, costituendo un'oasi bizantina nell'Occidente latino, è secolarmente propensa all'mwcbmecumenismo tra la Chiesa cattolica e la Chiesa ortodossa. Essa è stata l'unica realtà, dalla fine del mwcbqMedioevo sino al mwcbuXX secolo, di mwcbyspiritualità orientale in Italia.
Esistono istituti e congregazioni religiose di rito bizantino nel territorio della Chiesa Italo-Albanese: l'mwcbgOrdine basiliano di Grottaferrata, le mwcbkSuore collegine della Sacra Famiglia, le mwcboPiccole operaie dei Sacri Cuori e la congregazione delle mwcbsSuore basiliane figlie di Santa Macrina.
Rito bizantino degli Italo-Albanesi
Un elemento di indiscutibile coesione degli albanesi d'Italia è la mwcccreligione mwccgcristiana, il cui rito, bizantino di lingua greca, spesso li ha fatti confondere con i greci. Tuttora l'espressione religiosa di rito bizantino è uno dei tratti caratterizzanti l'etnia albanese, sia rispetto alla restante popolazione italiana sia riguardo agli albanesi rimasti in patria divenuti musulmani.
Le chiese delle comunità italo-albanesi presentano esternamente diversi mwccostili architettonici, ma all'interno sono in mwccsstile bizantino, ricche di mwccwicone e di mwcc0mosaici. La lingua mwcc4liturgica - seppure non mancavano mwcc8traduzioni e liturgie in lingua albanese - fino agli inizi del XX secolo era perlopiù in greco, ma dalla metà del secolo l'albanese diviene pienamente ufficiale. Molte comunità, ancora oggi albanofone, hanno perso lungo i secoli il rito bizantino che professavano in principio. Ciò è avvenuto dietro le pressioni delle autorità religiose e civili "straniere" a livello locale. La metà delle comunità di origine albanese, nei primi due secoli, sono passate dal rito bizantino a quello latino.
La vita culturale degli albanesi, nei primi tre secoli di permanenza in Italia (XVImwcdy – XVIImwcdc – XVIII) e protraendosi sino al XIX secolo, si sviluppò proprio nell'ambiente ecclesiastico. L'elemento religioso in queste comunità non solo ha avuto una funzione di guida spirituale, ma è stato anche e soprattutto promotore di iniziative per la salvaguardia e la tutela del mwcdgpatrimonio culturale e identitario albanese.
I mwcdoSacramenti dell’iniziazione, mwcdsBattesimo, mwcdwCresima ed mwcd0Eucaristia, vengono somministrati nello stesso giorno, come avveniva nelle prime comunità cristiane. Il rito del Battesimo si apre con i canti dell'iniziazione: mwcd4Ndrikulla-kumbari o mwcd8Ndrikulla-Nuni, mentre il papàs, dopo aver introdotto i genitori (mwceaprindet) e tutti i parenti (mwceegjirit) alla liturgia bizantina con le litanie diaconali, benedice l'acqua e l'olio, con tre segni di croce sulla mwceiKolinvithra e con una triplice alitazione. Poi il papàs invita i testimoni a porgergli il bambino, completamente nudo, perché possa immergerlo per tre volte nel bagno "di purificazione" dal peccato originale.
Il rito del Matrimonio nella tradizione bizantina comprende due parti: Il Fidanzamento e l'Incoronazione, che anticamente venivano celebrati anche separati. L'ufficiatura del Fidanzamento "Akoluthìa tu Arràvonos" è caratterizzata dalla promessa di matrimonio che si fa all'ingresso della chiesa dinanzi al sacerdote. Il rito dell'Incoronazione mwcekAkoluthìa tu Stefanòmatos prevede che i due sposi vengano incoronati prima dal sacerdote e poi dai testimoni, incrociando sulle loro teste le corone di fiori. Dopo l'incoronazione il sacerdote offre agli sposi da bere del vino e da mangiare un biscotto. Il calice dal quale gli sposi hanno bevuto viene infranto, simboleggiando così che nessuno può interferire nella loro unione matrimoniale. Poi girano insieme per tre volte intorno all'altare. Sono ancora numerose le spose mwceoarbëreshe che decidono di indossare il ricco costume tradizionale femminile, specialmente a Piana degli Albanesi. Esse sono accompagnate da cherubine in costume, in passato, sino al dopoguerra, esistevano vistosi cortei che accompagnavano la sposacite-ref-154[154].
La commemorazione dei defunti per gli arbëreshë è legata al calendario liturgico bizantino e si celebra nella giornata del sabato precedente la prima domenica di Carnevale. In questa giornata la collettività sente forte il legame con i morti ed esprime momenti di aggregazione sociale con l’offerta del cibo. Secondo la tradizione, i defunti ottengono dal redentore il privilegio di tornare tra i vivi e di restarvi per otto giorni; al termine di questo periodo, al triste suono delle campane, ritornano nell'oltretomba, consolati dal banchetto funebre, per la perdita dei congiunti.
Pasqua
Nella Pasqua trova giustificazione tutto il discorso mwcfqescatologico e ogni motivo di mwcfusperanza, come canta l'mwcfyinno in greco antico mwcfcChristòs anèsti, mwcfgKrishti u ngjall in albanese (Cristo è risorto):
«Cristòs anèsti ek nekròn, thanàto thànaton patìsas, ketis en tis mnìmasin zoìn charisà menos. / Krishti u ngjall Ai tue vdekur, ndridhi vdekjen e shkretë e të vdekurëvet te varret i dha gjellën e vërtetë.»
(Cristo è risorto dai morti, con la morte ha calpestato la morte e a quanti giacevano nei sepolcri ha donato la vita.)
La mwcfwPasqua (mwcf0Pashkët) per le comunità italo-albanesi di rito bizantino (mwcf4riti bizantin) è la ricorrenza centrale, dalla cui data dipendono le altre feste. Rappresenta la festa delle feste, e i riti della mwcf8Passione, della mwcgamorte (mwcgevdeqa) e della mwcgiRisurrezione di Gesù (mwcgmtë Ngjallurit e Krishtit) vengono vissuti secondo la ricca simbologia cristiana orientale.
La Grande Settimana, corrispondente alla mwcgkSettimana Santa (mwcgoJava e Madhe in albanese), è molto suggestiva. Nel rito bizantino, anche detto bizantino-greco, le celebrazioni liturgiche in preparazione alla Pasqua hanno inizio il venerdì precedente la mwcgsDomenica delle Palme (mwcgwE Diellja e Rromollidhet o mwcg0E Diela e Palmavet), con la funzione relativa alla mwcg4resurrezione di mwcg8Lazzaro, e continuano con la liturgia delle mwchaPalme, la mwcheprocessione del mwchiVenerdì santo, il mwchmChristòs Anesti / mwchqKrishti u Ngjall, la Pasqua.
Il venerdì santo gli uffici delle lamentazioni e la processione che attraversa tutto il paese, accompagnata dai canti della passione in lingua mwchoarbëreshe. (Uno dei canti del giovedì e del venerdì nell'Eparchia di Lungro è:
«Sa të pres se Krishti ngjallet Sumburkun e bën vet. Vë koqe grur e qiqra me qoqe krokomelj te një taljur e i ljagën njera çë çilj delj. Kat shtie ku nëng ë drit pa ngjir e jo si bar pse nën ë Krishti i vdekur, ë Zoti Krisht i vrar. Kur e sillnjën mbë qish e bënjën me ngulli e kush ka divucjon e bën i madhë si di.»
Il mwciuSabato santo si tolgono i veli neri dalle chiese e suonano a festa le campane per annunciare la mwciyRisurrezione di Cristo. Dopo la mezzanotte, per tradizione in molti paesi, le donne si recano a una fontana fuori dal paese per il rito del "rubare l'acqua": lungo il percorso è proibito parlare e devono resistere ai tentativi di farle parlare operati dai giovani; solo dopo essere giunti alla fontana e aver preso l'acqua è possibile parlare e scambiarsi gli auguri con il mwcicChristòs Anesti / mwcigKrishti u Ngjall (Cristo è Risorto), e in risposta:
«
Alithos Anesti / Vërteta u Ngjall, rronë e ligjëron për gjithëmonë. Ashtù kloftë
(È veramente Risorto, vive e regna nei secoli dei secoli. Amin).»
Il significato di questo rito ha significati sia sociali sia religiosi: le donne in silenzio richiamano la scena delle pie donne descritte dal mwciwVangelo che camminano silenziose per non essere scoperte dai soldati romani; ma esiste anche una relazione tra la colpa, che è di tutti gli uomini che hanno mwci0crocifisso il Cristo, e il silenzio. L'acqua opererà la catarsi liberatrice e il ritorno alla parola è collegato alla Resurrezione del Cristo, mentre lo scambio degli auguri è anche un ritorno alla comunità e al vivere sociale.
La domenica mattina di Pasqua si svolge la funzione dell'aurora, in alcune comunità il sagrestano, all'interno della chiesa, interpreta il demonio e cerca di impedire l'entrata al tempio del sacerdote, che dopo aver bussato ripetutamente entra trionfalmente intonando canti.
A Piana degli Albanesi il solenne pontificale in rito bizantino si conclude con uno splendido e folto corteo di donne in sontuosi costumi tradizionali mwcjqarbëresh, le quali, accompagnate dagli uomini anch'essi in abiti tipici albanesi, dopo aver partecipato ai sacri e solenni riti, sfilano per il Corso Kastriota raggiungendo la piazza principale. Al termine del corteo, in un tripudio di canti e colori, viene impartita dai papàdes la benedizione seguita dalla distribuzione delle uova rosse, simbolo della passione, della nascita e della resurrezione.
Nel lunedì e nel martedì, nelle comunità mwcjyarbëreshe di Calabria, si svolgono le tradizionali mwcjcvallje (le danze tipiche albanesi) nelle piazze e vie delle cittadine e paesi.
Icone e iconostasi
Nel rito bizantino ruolo fondamentale è rappresentato dalle icone raffiguranti personaggi biblici, in sostituzione delle statue tipiche delle chiese cattoliche di rito latino. Le chiese degli italo-albanesi presentano l'mwckaiconostasi, che divide lo spazio riservato al mwckeclero officiante da quello destinato ad accogliere i fedeli, e allo stesso tempo costituisce il luogo dove vengono poste le icone sacre.
Le icone non si dipingono ma "si scrivono" durante la preghiera costante di chi le dipinge. Una delle più note preghiere dell'iconografo è:
«
I Madh'In Zot, krijuesi i zjarrtë i gjithë krijimit, jipi dritë sytë i shëbëtorit Tënd, ruajë zemrën dhe dorën e tij, ashtu denjësisht dhe me përsosmëri mënd paraqesë ikonën për lëvdin Tënde, gëzimin e bukurin i Klishës Tënde e Shejte.
»
(Dio, fervido artefice di tutto il creato, illumina lo sguardo del Tuo servitore, custodisci il suo cuore e la sua mano, affinché degnamente e con perfezione possa presentare la Tua immagine per la gloria, la gioia e la bellezza della Tua Santa Chiesa.)
Spesso le leggende e le cronistorie degli esuli albanesi menzionano icone portate dai sacerdoti o dagli stessi fedeli profughi dall'Albania. Alcune di queste sono molto venerate dagli italo-albanesi in luoghi di culto come santuari (vedi la mwcksMadonna di mwckwSan Demetrio Corone o l'mwck0Odigitria di Piana degli Albanesi).
Con la nascita delle due eparchie (XX secolo), e in modo particolare dopo la Seconda Guerra Mondiale, le comunità albanesi hanno visto rifiorire l'arte bizantina, iconografica e mosaicistica, che per secoli non è potuta essere ufficialmente impiegatacite-ref-155[155]. Con il crollo del regime comunista in Albania artisti albanesi si sono trasferiti in alcune località calabro-albanesi e siculo-albanesi, specializzandosi nell'arte sacra orientalecite-ref-156[156].
Oggi le chiese delle comunità italo-albanesi, in special modo quelle di Sicilia (Episcopio, mwclgCattedrale, Collegio di Maria e chiesa di San Nicola di Mira di Piana degli Albanesicite-ref-157[157]cite-ref-158[158]cite-ref-159[159] e Parrocchia di San Nicola di Mira e Monastero Basiliano di mwcmuMezzojusocite-ref-160[160]cite-ref-161[161]), conservano icone antiche del XV secolo al XVIII secolo. Esistono musei che conservano icone antiche (ad esempio il Museo delle Icone e della Tradizione Bizantina di mwcm4Frascinetocite-ref-162[162] e il Museo Eparchiale di Lungrocite-ref-163[163], entrambe in Calabria).
Ancora oggi diversi iconografi mwcngarbëreshë, di diverse località, realizzano icone secondo i canoni bizantini e lo stile tradizionale, con metodi e colori naturali a tempera d'uovo, su pannelli e supporto in mwcnklegno.
Cultura
Identità
«
Po të mbahij Arbëreshë e të ruani gluhën tënë me kujdes e me të dashur si një gjë të shejtëruamë, si më t'mirën nga të dhënat e t'yn Zoti, e ashtu edhe veset çë na lanë ata të parët, gojëdhënat edhe ndienjat.
»
(Da "Te dheu i huaj" (In terra straniera), IX, vv. 180-184, di Giuseppe Schirò senior)
Gli mwco4arbëreshë sono considerati a tutti gli effetti un "miracolo" socialecite-ref-165[165]. Anche dopo cinque secoli lontano dalla Madrepatria e trapiantanti nel sud d'Italia e in Sicilia, continuano a mantenere viva la loro lingua albanese, nonché il rito bizantino, le tradizioni ed gli usi, mostrandosi del tutto cittadini italiani, ma di stirpe e provenienza etnica diversa.
Il nodo del miracolo mwcpqarbëresh non è altro che il livello della conservazione della lingua, amore ed attaccamento per l'attività culturale e sociale, dove si rispecchia chiaramente la coscienza nazionale e l'obbiettivo di mantenere i legami con l'Albaniacite-ref-166[166].
In primo luogo rimane sempre il sentimento etnico, l'albanesità, che si esprime essenzialmente nel parlare l'idioma degli avi. Sempre più questo sentimento va oggi negli sforzi per imparare a scriverla, conservando così le proprie antiche parlate albanesi locali, ma assimilando la lingua letteraria albanese unificata e comune per tutti gli albanesi ovunque si trovino, dentro e fuori dalla frontiera d'Albania. La lingua albanese per gli italo-albanesi serve come mezzo di comunicazione nell'ambito del paese o cittadina, cioè nell'ambito proprio mwcpoarbëresh, nonché come mezzo insostituibile per l'autoconservazione etnica, come strumento di sviluppo e di progresso culturale, che va nella scia delle più alte tradizioni nazionalicite-ref-167[167].
Tradizioni e folclore
Tra i tanti aspetti delle tradizioni albanesi d’Italia una è la sua trasmissione legata quasi esclusivamente alla forma orale, nonostante sia cospicua la quantità e la documentazione della lingua e della cultura. Il primo aspetto che si evince della cultura e delle tradizioni delle comunità ‘’arbëreshe’’ è il profondo rispetto che attribuiscono all'ospite: secondo cui la casa dell'albanese è di Dio e dell'mwcsmospite, al quale si fa onore offrendogli semplici cibarie. Questa consuetudine si ritrova ancora nelle montagne dell'Albania, tuttavia le comunità ‘’arbëreshe’’ provano profondo riserbo dal forestiero o straniero, detto “latino” (mwcsqlitìri), che sino alla prima metà del secolo scorso non poteva facilmente accedere nei centri italo-albanesi.
Motivi della tradizione popolare si ritrovano nella letteratura, che proprio da ciò mosse i primi passi. Altri elementi strutturali della cultura ‘’arbëreshe’’ delle origini sono giunti ai nostri tempi, attraverso una storia secolare, e mantengono una loro forza di rappresentazione dei valori dell'organizzazione delle comunità sono: la "mwcsyvatra" (il focolare), primo centro intorno al quale ruota la famiglia; la "mwcscmwcsggjitonìa" (il vicinato), primo ambito sociale al di fuori della casa, elemento di continuità tra la famiglia e la comunità; la mwcsk"vellamja" (la fratellanza), rito di parentela spirituale; la "mwcsobesa" (la fedeltà) all'impegno, rito di iniziazione sociale con precisi doveri di fedeltà all'impegno preso.
La forte coscienza a un'identità etnico-linguistica diversa è sempre presente nelle produzioni folcloristiche. Nel mwcswfolclore, in tutte le sue diversificate forme, emerge sempre un costante richiamo alla mwcs0patria di origine e i mwcs4canti, popolari o mwcs8religiosi, le mwctaleggende, i mwcteracconti, i mwctiproverbi, trasudano un forte spirito di comunanza e solidarietà mwctmetnica.
La coscienza di appartenere a una stessa etnia, ancorché dispersa e disgregata, si coglie tra l'altro in un motto molto diffuso, che i parlanti albanesi spesso ricordano quando di incontrano: mwctuGjaku ynë i shprishur, che tradotto letteralmente è "il Sangue nostro sparso". Mantenendo chiara e sensibile la coscienza di essere fratelli nel sangue comune e nella fede cristiana, costituendo un'oasi di spiritualità orientale trapiantata in Occidente, usano così identificarsi come discendenti di una stirpe dispersa ma non distrutta.
I temi ricorrenti nella cultura tradizionale albanese sono la nostalgia della patria perduta, il ricordo delle leggendarie gesta di Skanderbeg, eroe riconosciuto da tutte le comunità albanesi del mondo, e la tragedia della diaspora in seguito all'invasione turca. Un discorso a parte merita la mwctcvallja, danza popolare che aveva luogo in occasioni di feste tese a rievocare una grande vittoria riportata dal condottiero Giorgio Castriota Scanderbeg contro gli invasori turchi. La mwctgvallja è formata da giovani in costume tradizionale, che tenendosi a catena per mezzo di fazzoletti e guidati da due figure alle estremità, si snodano per le vie del paese eseguendo canti epici, augurali o di sdegno e disegnando movimenti avvolgenti. Nella particolare mwctkvallja e burravet (la danza degli uomini), composta da soli uomini, viene tratteggiata e ricordata, attraverso i loro movimenti, la tattica di combattimento adottata da Skanderbeg per imprigionare e catturare il nemico. Oggi le più belle mwctovallje hanno luogo a mwctsCivita, mwctwSan Basile, Frascineto e mwct0Eianina. La consapevolezza della necessità di una valorizzazione e tutela della cultura arbëreshë ha favorito la nascita di associazioni e circoli culturali, e ha dato luogo a iniziative e manifestazioni culturali.
Diverse sono le manifestazioni culturali e sociali in mwct8Arberia. In numerosi centri italo-albanesicite-ref-168[168], per il mwcuqcarnevale, per la Pasqua o per feste particolari, sono organizzate - anche per più giorni di festa - "parate storiche" per rievocare le gesta eroiche degli albanesi (cristiani) e del loro condottiero Giorgio Castriota Scanderbegcite-ref-169[169], con la creazione delle battaglie contro i turchi (musulmani) e il canto di mwcukrapsodie per le vittorie riportate.
Abitualmente nell'"mwcusanniversario della mwcuwmorte di mwcu0Giorgio Castriota", in ogni centro albanese d'Italia e nelle città dove esiste una mwcu4parrocchia per gli italo-albanesi, viene celebrata la mwcu8divina liturgia in lingua albanese e viene reso omaggio allmwcva'mwcveAthleta Christicite-ref-170[170].
Dal vent'anni momento di ritrovo per gli albanesi d'Italia è la manifestazione di "Miss Arbëreshe" a mwcvcSpezzano Albanese (CS), concorso femminile di bellezza in rassegna di costumi tradizionali, che propone d'esser punto ideale di dialogo e socializzazione tra le comunità italo-albanesi partecipanticite-ref-171[171]. Vetrina sul mondo d'mwcvwArberia, è una finestra che permette di affacciarsi sulle comunità consorelle per condividerne, attraverso i caratteristici costumi tipici, la lingua, la storia, gli usi, le tradizioni culturali comuni d'origine.
Da più di trent'anni, nel mese di agosto, si tiene regolarmente il "Festival della Canzone Arbëreshe" (mwcv4Festivali i Këngës Arbëreshe) a mwcv8San Demetrio Corone (CS), in cui diversi gruppi musicali, mwcwacantori e mwcwepoeti da tutte le comunità albanesi d'Italia, dall'Albania e dal Kosovo, interpretano canzoni e melodie popolari o ne propongono di nuove, rigorosamente in lingua albanesecite-ref-172[172]cite-ref-173[173].
Carnevale
Nel calendario delle festività degli albanesi d'Italia il mwcwwKalivari, mwcw0Kalevari o mwcw4Karnivalli, ovverosia il mwcw8Carnevale, occupa un posto di rilievo. Ricorre dall'indomani dell'mwcxaEpifania al mercoledì delle mwcxeCeneri, ed è, per definizione, festa trasgressiva nella quale la normalità viene temporaneamente accantonata per dare libero sfogo al gioco e alla creatività. Il Carnevale, trovandosi in inverno, periodo del freddo e della fame, rappresentava la festa popolare più importante dell'anno. In alcuni centri, mediante le farse, venivano manifestate all'intera popolazione le "malefatte" e i "vizi" dei singoli individui e delle diverse categorie sociali presenti nella comunità. Costituivano essenzialmente un momento di radicale protesta e di denuncia sociale nei confronti dei gruppi dominanti che tenevano oppressa e divisa la popolazione. L'ultimo giorno di carnevale nei paesi di mwcxirito bizantino, corrisponde all'ultima domenica di mwcxmQuaresima. Tuttavia, suole essere festeggiarlo almeno esteriormente, anche il martedì e il mercoledì che precede le Ceneri.
Nella zona dei paesi albanesi del mwcxuPollino, era consuetudine riunirsi di sera, in allegre compagnie cantando i vjershë davanti alla porta degli amici: mwcxyOji ma sonde çë ky karnivall, zgiomi ndrikull e kumbar! Ngreu e çel atë hilnar; s'erdha të ha, erdha se jemi kumbar; s'erdha se dua të pi, erdha se jemi gjiri! (O madre, questa sera che è carnevale, svegliamo comare e compare! Alzati e accendi la luce, non sono venuto perché voglio mangiare, sono venuto perché siamo compari; non sono venuto perché voglio bere, sono venuto perché siamo parenti!).
La sera del martedì a San Demetrio Corone, comitive di giovani, in giro per il paese, annunciano la morte del Carnevale (mwcxgzu/la' Nikolla), un vecchio vestito di stracci che bussando di porta in porta veniva confortato da abbondanti bicchieri di vino e carne di maiale. mwcxkZu Nikolla veniva rappresentato ogni anno il mercoledì delle cenere con la celebrazione del suo funerale: un corteo che sfilava per tutto il paese dietro la bara dell'ex ghiottone. Davanti, a guidare il corteo, c'erano il prete e la vedova con il figlioletto in braccio, che inscenava lamenti strazianti (mwcxovajtimet) e pianti a dirotto. A mwcxsCervicati e mwcxwMongrassano nei giorni di Carnevale è fatto divieto di lavorare e chi trasgredisce questa regola e viene sorpreso, una volta incatenato, si trascina per le vie del paese e la sua liberazione si ottiene solo dopo un'abbondante bevuta e aver assaggiato i tipici prodotti locali a base di salami e formaggi. Caratteristica di questi paesi è l'esecuzione nei giorni di Carnevale della mwcx0vala (ridda) con i sontuosi costumi tradizionali mwcx4arbëreshë.
A mwcyaSan Benedetto Ullano, la tradizione vuole che gruppi di giovani rappresentanti i dodici mesi dell'anno, guidati da un loro padre, sfilino per le vie del paese a cavallo di somari e, fermandosi negli spazi più ampi del paese recitino in albanese le caratteristiche e la funzione di ciascun mese. Grande interesse e partecipazione suscita il Carnevale che si svolge a Lungro. Anche un'antica rapsodia albanese, mwcyekënga e Skanderbekut, mette in evidenza la consuetudine di riunirsi e consumare varie prelibatezze: mwcyiPor më ish ndë Karnival. / Skanderbeku një menat / po m'e mbjodhi shokërinë, / e m'e mbjodhi e m'e mbitoj / me mish kaponjsh e lepuresh, / me krera thllëzazish, / me filìjete me shtjerrazish (Era il periodo di Carnevale. / Skanderbeg una mattina / radunò la compagnia / e la invitò a banchetto, / con carni di capponi e di lepri, / con teste di pernici, / con fianchi di vitelli).
Particolare è il mwcyqkalivari di mwcyuPiana degli Albanesi, alla quale festa popolare gli mwcyyarbëreshë di Sicilia sono profondamente legati. I vari circoli, associazioni, bar, case private, ai lati del Corso Kastriota e nella piazza principale di Piana degli Albanesi, si trasformano in questo periodo in sale da ballo. Ogni giovedì, sabato e domenica sera, nel segno del sano divertimento, donne accuratamente mascherate, e quindi irriconoscibili, invitano gli uomini al ballo. In modo rivoluzionario per la condizione femminile del passato, soltanto le donne possono invitare al ballo, con il divieto di invitare o scherzare con i forestieri non mwcycarbëreshë (mwcyglitinjët), non solo perché appunto non mwcykarbëreshë, ma anche per le risse causate dal loro comportamento poco ortodosso. Durante il Carnevale, una volta, erano abituali diversi giochi: l'albero della cuccagna (mwcyontinë), su cui ci si arrampicava per afferrare i premi posti in cima; e, appese su una corda, le pignatte di terracotta (mwcyspoçet), contenenti “sorprese”, che dovevano essere rotte, a turno, da una persona bendata. Numerosi sono i detti carnevaleschi in albanese, i più celebri e ricorrenti sono “Kalivari papuri papuri merr një cunk e e vu te tajuri” (Carnevale tra saggi e matti, prendi una cacca e te la metti sul piatto) o mwcywKalivari të divërtirej shiti kalin (Carnevale per divertirsi ha venduto il cavallo). Tuttora a Piana degli Albanesi l'ultimo lunedì di Carnevale si preparano e si consumano frittelle a forma sferica o schiacciata, di pasta lievitata, fritta e zuccherata, detti “Loshka" e "Petulla”. Vietato usare, nell'occasione, il costume tradizionale albanese o suoi componenti, conservati gelosamente dalle donne mwcy0arbëreshe e legati decisamente a momenti più sacri e rilevanti.
Vallje
Le danze mwc0karbëreshe (mwc0omwc0svallje), in albanese letterale mwc0wvalle, sono degli antichi balli di gruppo albanesi che prendono vita in alcune particolari feste, legate alle celebrazioni della mwc00Pasqua e ad altre occasioni di festa. Le mwc04vallje sono l'espressione folclorica di un popolo che non ha dimenticato la propria storia, le proprie radici. Questi balli rievocano una grande vittoria riportata da mwc08Giorgio Castriota Skanderbeg contro gli invasori turchi, per difendere la cristianità e la libertà del popolo albanese, proprio nell'imminenza della Pasqua. Si vuole infatti che proprio il martedì di Pasqua del 24 aprile del 1467, l'eroe albanese ha riportato una decisiva e importante vittoria sull'esercito turco. La mwc1avallja, quindi, da un ricordo bellico è stata trasformata come occasione di raduno dei vari paesi appartenenti alla etnia così che, almeno per un giorno all'anno, ci si sente uniti e accomunati da lingua, usi e costumi da non dimenticare.
Sono eseguite dalle donne in costume tradizionale albanese disposte in semicerchio, che tenendosi a catena per mezzo di fazzoletti e guidati all'estremità da due giovani, chiamati mwc1iflamurtarë (portabandiera), si snodano per le vie del paese mwc1marbëresh accompagnate da canti di contenuto epico, che narrano la resistenza contro i turchi, rapsodie, storie di amore e di morte, canti augurali o di sdegno. Il più famoso di questi canti epici, il Canto di Scanderbeg, cantato il martedì di Pasqua, rievoca il terzo assedio turco della città di Croia. Molto popolari sono la rapsodia di Costantino il piccolo (mwc1qKostantini i vogëli), nota in Albania come la ballata di mwc1uAgo Ymeri, il cui tema è il riconoscimento del marito dopo molti anni; e quella di Costantino e Garentina, una rapsodia diffusa nella mwc1ypenisola balcanica, registrata nelle raccolte dei folcloristi ottocenteschi, le cui suggestioni hanno ispirato la prima letteratura romantica europea.
Il ritmo della danza a volte grave e a volte aggressivo si rintraccia soprattutto nella mwc1gvallja e burravet (la danza degli uomini). Questa mwc1kvallja è composta da soli uomini che tratteggiano e ricordano nei loro movimenti la tattica di combattimento adottata da Castriota Scanderbeg per catturare il nemico. Ancora oggi si ama rinnovare questo senso di appartenenza a un'etnia che da oltre mezzo millennio vive in Italia, ed è uno degli appuntamenti più interessanti e significativi della tradizione e della comunità albanese d'Italia.
La mwc1svallja si svolgeva anticamente in quasi tutti i paesi mwc1warbëreshë il pomeriggio della domenica di Pasqua, il lunedì e il martedì. Attualmente ha luogo solo il martedì dopo Pasqua (mwc10vallja e martës së Pashkëvet), principalmente nelle comunità albanesi di Calabria di mwc14Barile, mwc18Cervicati, mwc2aCivita, mwc2eLungro, mwc2iSan Benedetto Ullano, mwc2mSan Demetrio Corone, mwc2qSanta Sofia d'Epiro e in parte mwc2uEjanina, mwc2yFirmo, mwc2cFrascineto e mwc2gSan Basile. Alcune mwc2kvalle sono state riprese e interpretate dalle donne in costume di mwc2oPiana degli Albanesi nella metà del secolo scorso.
La mwc2wvallja compie fantasiose evoluzioni, e con improvvisi spostamenti avvolgenti "imprigiona" qualche cortese turista che, di buon grado, offre generosamente nei bar per ottenere il mwc20riscatto. Essi, quali nobili mwc24bulerë vengono ringraziati con i seguenti versi ed altri improvvisati al momento: mwc28"Neve kush na bëri ndër / akuavit na dha për verë. / Po si sot edhe nga herë / shpia tij mos past vrer!" (A noi chi fece onore / non diede vino, ma liquore. / Come oggi e in ogni tempo / la sua casa non abbia sventura!).
Gjitonia
La "gjitonia" è una forma di vicinato tipica delle comunità italo-albanesi e diffusa in tutta l'Arbëria. Viene dall'unione delle parole mwc3sgjithë tonë (tutto nostro, familiare), ed è un tipo di aggregazione di derivazione balcanica, caratteristica dell'epoca medievale.
Microsistema intorno a cui ruota la vita del paese mwc30katund/horë, la mwc34gjitonia è una porzione più piccola del tessuto urbano una microstruttura costituita spesso da una piazzetta nella quale confluiscono i vicoli, circondata da edifici che hanno aperture verso uno spiazzo più grande (mwc38sheshi), che solitamente porta il nome dalla persona che vi abita.
Costume
«Il costume di gala degli albanesi d'Italia, con le sue preziose stoffe di raso, broccato, di seta e oro, in una armonica combinazione di colori, con ricami preziosi, testimonia, come i canti, le prosperità dell’Albania quando gli esuli l’abbandonarono»
(Ernest Koliqi, 1964?cite-ref-174[174])
Il costume tradizionale costituisce ancora oggi per gli mwc4warbёreshë uno degli elementi distintivi della loro identità. Parlando di costume degli albanesi d'Italia ci si riferisce in maniera assolutamente esclusiva al costume femminile, poiché quello maschile è scomparso da secoli, sostituito ed evolutesi con le forme standardizzate dell'abbigliamento moderno, anche se dal dopoguerra, per iniziativa di privati, enti o dai vari comuni si è ripreso il costume maschile d'Albania.
Il costume degli mwc44arbёreshë rappresenta uno dei tre secolari pilastri dell'antica identità albanese trapiantata in Italia, insieme alla lingua albanese e al rito bizantino. Per la policromia e la preziosità dei tessuti, testimoniata dall'utilizzo dei ricchi ricami in oro e argento, il costume tradizionale è uno dei segni più evidenti della diversità e della creatività culturale mwc48arbёreshë. Esso accompagna la donna italo-albanese nei momenti più significativi della propria vita.
Quasi ogni comunità albanese d'Italia possiede un tipico costume albanese, altri li hanno persi completamente. Esso difficilmente è uguale alle altre comunità, può esser simile a quello delle comunità albanesi vicine, ma varia dalla zona di origine da cui provengono. Di certo ha particolari in comune, come ad esempio la mwc5eKeza, ed è di base di foggia bizantino-medievale.
Di singolare bellezza è il costume tradizionale di gala, indossato dalle donne in particolari ricorrenze come il mwc5mmatrimonio o le festività della Pasqua, dei mwc5qbattesimi e del santo patrono. I costumi sono veri e propri capolavori artistici che ripropongono l'antica simbologia orientale, alcuni attraverso il ricamo.
Famosissimo per lo splendore e la bellezza è il costume tradizionale mwc5yarbëresh di Piana degli Albanesi.
Interessanti sono i costumi tradizionali femminili di mwc5gSan Costantino Albanese (costituito da un copricapo caratteristico, una camicia di seta bianca con merletti, un corpetto rosso con maniche strette ricamate in oro e una gonna su cui sono cucite tre fasce di raso bianche e gialle), mwc5kFirmo (dal collo ampio e ricamato (mwc5omileti); una gonna lunga e ampia, plissettata e bordata), e mwc5sSanta Sofia d'Epiro, mwc5wSan Demetrio Corone, mwc50Lungro, mwc54Frascineto, mwc58Plataci, mwc6aSpezzano Albanese, mwc6eSan Basile, mwc6iVaccarizzo Albanese.
In linea di massima, con l'eccezione delle comunità della bassa valle del Crati, di mwc7oSan Costantino Albanese, mwc7sSan Paolo Albanese (PZ), mwc7wCaraffa e mwc70Vena di Maida (CZ), dove, nella variante giornaliera, è ancora largamente indossato dalle persone anziane, sia pure in una versione notevolmente più corta di quella tradizionale, e di qualche rarissimo caso nelle comunità della presila greca, nel corso degli ultimi decenni, con un processo che si è accentuato soprattutto a partire dal secondo dopoguerra, il costume tradizionale è del tutto scomparso dall'uso quotidiano.
Non vi sono ancora studi approfonditi sui costumi di alcune comunità albanesi del catanzarese, di Puglia e del Molise, il cui costume è una ripresa dei modelli antichi secondo fonti scritte e iconografiche, e quello maschile su modello di quelli in uso presso gli albanesi d'Albania e dei Balcani. Ciò nonostante, nella maggior parte delle comunità italo-albanesi, e in particolare in quelle della provincia di Potenza, Cosenza e Palermo (ad es. Piana degli Albanesi), esso conserva un valore simbolico pregnante, al punto che ogni anno artigiani specializzati continuano a confezionarne un grande numero di esemplari di gala, commissionati dalle famiglie per le figlie adolescenti che si affacciano alla ribalta della società, e che li indosseranno in occasione delle grandi feste folcloristiche o semplicemente li conserveranno come testimonianza estrema di identità.
È verosimile che a elementi originali, che gli mwc8uarbёreshë portarono con sé da oltre mwc8yAdriatico e mwc8cIonio, nel tempo si siano aggiunti alcuni elementi presi a prestito dai costumi della gente con cui i profughi vennero in contatto in Italia, e che, dalla rielaborazione dell'insieme, influenzata anche dalle mutate esigenze quotidiane, sia nata la foggia attuale dei costumi mwc8garbёreshë. Tali tesi, pur nella sua plausibilità, lascia aperti numerosi interrogativi, legati ad esempio, alla omogeneità della foggia del costume in aree a volte molto estese, alle relazioni tra i costumi degli albanesi d'Italia e quelli delle loro zone di provenienza oltre Adriatico all'epoca delle migrazioni e a quelle con i costumi delle comunità romanze, spesso grossi centri, su cui le comunità mwc8karbёreshe gravitano.
Esistono varie tipologie, seppur i materiali di studio non sono molto numerosi. Il mwc8slucano, a mwc8wSan Paolo Albanese e mwc80San Costantino Albanese (PZ), è una delle zone dove il costume tradizionale mostra ancora oggi la maggiore varietà e vitalità.
La mwc88provincia di Cosenza è quella che comprende il maggior numero di comunità mwc9aarbёreshe e, insieme alla zona di Piana degli Albanesi (PA), anche quella in cui il costume tradizionale ha conservato più a lungo la sua funzione e la sua vitalità.
Nonostante la prassi di seppellire l'abito nuziale con la sua proprietaria (il caso di mwc9iSanta Cristina Gela), utilizzandolo come abito funebre, sono ancora numerosi gli esemplari relativamente antichi dell'abito di gala o di suoi elementi particolari, e molti sono anche gli esemplari che vengono confezionati ogni anno da artigiani specializzati delle varie aree mwc9marbёreshe, che si attengono scrupolosamente al modello tradizionale.
L'abito tradizionale maschile è caduto in disuso in tutte le comunità, probabilmente, già nei primi tempi della diaspora e forse non è esistito un modello steriotipato comune. Pertanto si ha traccia in qualche rappresentazione pittorica per i luoghi di ultima fondazione, come per Villa Badessa in Abruzzo (XVIII secolo), con costumi maschili e femminili molto simili a quelli riscontrabili oggi in Albania (composto da calzoni di lana bianca, da un giubbetto anch’esso di lana, da una camicia bianca e da ghette fino al ginocchio. In testa il caratteristico cappello e alla vita una cintola per infilare le armi, con un gonnellino a pieghe, mwc9ufustanella). Dal XX secolo c'e stata una generale ripresa dei costumi li dove il costume femminile ha tenuto le sue principali funzioni. Piana degli Albanesi ha sicuramente riproposto come prima, alla fine degli anni cinquanta, un costume maschile per esigenze sceniche, ispirandosi al mondo albanese dei Balcani e che potesse accordarsi anche cromaticamente a quello femminile. Da allora, in clima di ripresa etno-culturale e con più costanti rapporti con l'Albania, il costume maschile ha ripreso a essere utilizzato per le maggiori feste, a simbolo delle radici albanesi. Questo costume, in genere dei due tipi riscontrabili tra la zona ghega (mwc9ybrekt leshi) e tosca (mwc9cfustanella), resta di grande importanza, se non per la ricchezza, almeno per il suo valore storico e tradizionale, pur se in “prestito” dalla tradizione culturale degli albanesi d’Albania.
In tutte le comunità mwc9karbëreshe il costume tradizionale, femminile e maschile, rappresenta la volontà di affermare e rendere visibili l’identità collettiva e il senso di intima appartenenza dell’individuo alla sua collettività. Il costume, in questo senso, può essere definito come un indicatore dell’identità albanese, che diventa abito e come tale “indossato” e sfoggiato per riaffermare la storia e l’origine comune, i valori e i saperi condivisi, l’appartenenza allo stesso universo culturale.
Musica e canti
Moj e bukura Moré
O bella Morea
O e bukura Moré
si të lash e më nëng/ngë të pash.
Si të lash, si të lash
Si të lash e më nëng/ngë të pash.
Atje kam u zotin tatë
atje kam u zonjën mëmë
atje kam edhe tim vëlla
gjithë mbuluar nën dhe.
Ah.. Moj e bukura Moré
(Tra i più emblematici del repertorio profano, è il canto popolare più rappresentativo degli esuli albanesi d'Italia; nella pratica un vero e proprio inno nazionalecite-ref-175[175]cite-ref-176[176]cite-ref-177[177].)
L'mwdauoralità (mwdaygojarisë) è la caratteristica più lampante del popolo albanese d'Italia. La musica da sempre è uno degli strumenti più diretti e immediati con il quale il popolo mwdacarbëresh racconta sé stesso. Esso rafforza quel profondo senso d'identità e quell'innato orgoglio etnico rimasto immutato per secoli. Nelle canzoni mwdagarbëreshe c'è tutta l'essenza di un popolo, sfuggito dalla Penisona Balcanica e guidato dal condottiero Giorgio Castriota Scanderbeg, che andò ad abitare nelle terre dell'Italia centro-meridionale per sfuggire alla dominazione turco-ottomana.
I canti (mwdaokëngat o mwdaskënkat) degli albanesi d'Italia narrano dei fidanzamenti, dei matrimoni, delle ninnananne, dei lamenti funebri (mwdawvajtimet), ma anche dei suoi antichi eroi, della guerra contro il turco e dello sconforto per la Madrepatria perduta per sempre. C'è la gioia, la tristezza, l'orgoglio di un popolo fiero delle proprie radici e della propria diversità culturale. Canti struggenti o gioiosi, cadenzati da un ritmo veloce oppure lunghi e prolissi come interminabili nenie, in essi c'è tutta la storia di un popolo e di un'identità che costantemente rischia di andare perduta. La musica degli albanesi d'Italia riafferma la diversità culturale, rinsaldando i legami e la comune appartenenza di tutti gli mwda0arbëreshë con l'Albania.
Tra i canti, popolari e colti, più conosciuti e interpretati vi sono: mwda8O e bukura Morécite-ref-178[178]cite-ref-179[179]cite-ref-180[180], mwdbwKopile moj kopilecite-ref-181[181]cite-ref-182[182], mwdcuKostantini i vogëlithcite-ref-183[183], mwdcoO mburonjë e Shqipërisëcite-ref-184[184]. Negli ultimi tempi, legato a motivi prettamente mediatici, il canto mwdc8Lule Lule mace mace è divenuto noto a livello sopranazionale.
La musica popolare mwddearbëreshe presenta caratteristiche che l'avvicinano alle tradizioni musicali più antiche dei popoli del mwddibacino del Mediterraneo. Le espressioni più autentiche del canto albanese d'Italia sono identificabili nella polifonia dei mwddmvjershëcite-ref-185[185]cite-ref-186[186], le cui diverse modalità di esecuzione sono descritte nell'ambito del ciclo dell'uomo. Imwddwvjersh sono del tutto riconducibili all'isopolifonia albanese d'Albania, inclusa dall'mwdd0UNESCO tra i mwdd4patrimoni orali e immateriali dell'umanità. L'isopolifonia fra gli italo-albanesi, oltre all'aspetto popolare, è diffusa anche a carattere sacro, ed è parte del loro patrimonio tradizionale, in modo particolare tra le comunità in Calabriacite-ref-187[187]. Essa è lo strumento con cui la comunità italo-albanese racconta se stessa e la sua diaspora, riaffermando la discendenza comune e rinsaldando i vincoli identitari, rammemora i valori condivisi e condanna le infrazioni sociali, socializza il lutto (mwdemlip) e sottolinea le occasioni sociali d'incontro. In quanto espressione privilegiata dell'oralità, accompagna e spiega la dimensione individuale e collettiva.
Sul piano socio-antropologico la musica italo-albanese riproduce tutto il travaglio storico e psicologico del "Popolo della Diaspora", esplica il sistema valoriale e la dimensione emica dell'identitàcite-ref-188[188].
I canti e il sentire del popolo albanese d'Italia sono stati raccolti in lingua mwdfearbëreshe dagli archivi di etnomusicologia (AEM) delle varie accademie nazionalicite-ref-189[189].
Da un punto di vista puramente musicale, le melodie sono molto legate alla propria musica liturgica bizantina. Esse hanno come caratteristica l'uso dell'Ison, una nota o una parte vocale bassa, usata nel canto bizantino e alcune tradizioni musicali correlate per accompagnare la melodia, arricchendo così il canto, non trasformandolo - in questo caso - allo stesso tempo in un brano armonizzato o polifonico.
Per gli mwdfgarbëreshë hanno un ruolo importante, se non essenziale, i canti della propria tradizione liturgica. I canti bizantini di Piana degli Albanesi, mantenutosi sostanzialmente intatti dal tempo della diaspora albanese in Italia, fanno parte del Registro delle Eredità Immateriali di Sicilia (REI) e sono dal 2005 riconosciute patrimonio dell'UNESCOcite-ref-190[190]cite-ref-191[191].
Dal 1980, ogni anno nel mese di agosto, nel comune di mwdgiSan Demetrio Corone (CS), col patrocinio della Regione Calabria, la musica, il canto e le nuove sonorità degli albanesi d'Italia sono raggruppate ne "Il Festival della Canzone Arbëreshe" (mwdgmFestivali i Këngës Arbëreshe), con l'obiettivo primario di valorizzare la lingua albanese e costituire un momento di aggregazione e richiamo per tutti gli italo-albanesi e, inoltre, con lo scopo di diffondere la cultura italo-albanese nella stessa Madrepatriacite-ref-192[192].
Numerosi - in ogni mwdgkkatund/horë - sono i gruppi folcloristici che coltivano tradizioni musicali, cultura e canti polifonici della cultura albanese; non meno numerosi sono i gruppi corali delle varie parrocchie della mwdgoChiesa Italo-Albanese sparse in Italia, che tramandano gli antichi inni religiosi bizantini.
Nella ricerca delle nuove sonorità e linguaggi musicali si sono formati gruppi e bande accomunati dall'utilizzo della lingua albanese e dalla voglia di comunicare e mantenere le sonorità e i balli tradizionali d'appartenenza, e tra questi si possono menzionare: i mwdgwPeppa Marriti Band e gli Spasulati Band da mwdg0Santa Sofia d'Epiro in Calabria, mentre in Sicilia i giovani Shega da Piana degli Albanesi. Alcuni sono musicisti professionisti che compongono e cantano sonorità albanesi: Silvana Licursi da Portocannone (CB); Ernesto Iannuzzi da Firmo (CS); Pino Zef Cacozza da San Demetrio Corone (CS); Anna Stratigò da Lungro (CS); Caterina Clesceri, Letizia Fiorenza e Pierpaolo Petta da Piana degli Albanesi (PA).
Arte
Pittura
Non è nota alla cultura mwdigarbëreshe una tradizione pittorica profana di antica data. Storicamente, grande importanza riveste la tradizione iconografica, che, estintasi nei centri albanesi sul continente, ha vissuto stagioni di grande splendore nelle comunità albanesi della Sicilia.
Mentre nelle comunità appartenenti all’Eparchia di Lungro o in quelle ormai passate al rito romano la tradizione era, fino a non molti anni fa, testimoniata unicamente dalle leggende relative alla fondazione dagli avi albanesi dei paesi, da immagini di antiche madonne bizantine sopravvissute nelle chiese, o dall’eredità basiliana della chiesa di Sant'Adriano in San Demetrio Corone, le collezioni di icone dell’Eparchia di Piana degli Albanesi (specialmente di Palermo, Piana degli Albanesi e Mezzojuso), costituiscono un capitolo di interesse nella storia dell’arte iconografica italo-albanese.
Grazie ai rapporti con i monasteri cretesi e con l'Albania (mwdisCiamuria in Epiro), nelle comunità albanesi di Sicilia giunsero ed operarono numerosi iconografi certo-arvaniti. Sebbene non manchino esemplari notevoli di scuola cretese attribuibili al XVI secolo, la stagione di maggior produttività iconografica nelle comunità dell’Eparchia di Piana degli Albanesi, fu senz’altro il XVII secolo, al quale risalgono le opere attribuite al cosiddetto maestro dei Ravdà ed al cosiddetto maestro di Sant’Andrea, nonché le numerose icone dipinte dal monaco firmato Ioannikios, che avrebbe operato in due periodi successivi, intorno al 1630 e successivamente dal 1664 al 1680, ospite del monastero basiliano di Mezzojuso. Allo stesso secolo appartengono anche le mirabili opere di due iconografi cretesi rimasti finora anonimi, che non sembra, tuttavia, abbiano operato in Sicilia, ed una tavola pluritematica di Leo Moschos, esponente di una famiglia di iconografi molto nota nei territori veneziani e nella stessa Venezia. Dopo il XVII secolo anche in Sicilia la tradizione iconografica si affievolisce, e la pittura religiosa tende a far propri i caratteri dell’arte popolare ed i modi occidentali.
L'arte iconografica italo-albanese vive una stagione di grande risveglio negli ultimi decenni, nel quadro di un processo di riscoperta e di ristabilimento dell’autenticità della tradizione orientale che coinvolge con vigore tutta la Chiesa Italo-Albanese. La riscoperta della tradizione iconografica non si limita ad un lavoro di ricerca, di studio e di fruizione passiva del patrimonio ereditato, ma si traduce in maniera sempre più evidente in un'opera di riproposizione creativa, che nel rifacimento degli eredi ecclesiastici, ormai in fase avanzata in tutte le chiese dell’Eparchie, vede impegnati sia iconografi provenienti dalla Grecia, che iconografi mwdi0arbëreshë ed a volte italiani, come artisti d’Albania, come Josif Droboniku, giunti in Italia con le grandi immigrazioni degli ultimi anni. Lo stesso monastero di Grottaferrata ha avuto ad inizio secolo una proficua scuola di pittura sacra neobizantina, diffusa anche nelle eparchie.
Presso l'Eparchia di Lungro interamente affrescate sono le pareti del santuario dei santi Cosma e Damiano, a San Cosmo Albanese, e della chiesa parrocchiale di Santa Sofia d’Epiro (CS), mentre soluzioni intermedie sono state scelte per gli altri edifici ecclesiastici. D’altra parte, nelle chiese di entrambe le Eparchie, numerosi sono gli esempi di pittura sacra occidentale sia nei temi che nei modi in cui questi vengono trattati. Le opere ricoprono, nella massima parte, un periodo che va dal 1600 al primo novecento e ricalcano i caratteri generali tipici della pittura del periodo relativo, sia per quel che riguarda le peculiarità delle scuole operanti localmente che le influenze delle grandi correnti dell’arte. Autori ne sono pittori di una certa notorietà, come Alviero Sozzi o Sebastiano Conca, entrambi esponenti del 1700 siciliano, o, più spesso, anche artisti locali rimasti anonimi.
Esistono localmente nelle varie comunità numerosi e specializzati iconografi, sia fra i religiosi che i laici.
Mosaico
Nelle chiese delle due Eparchie vive negli ultimi decenni una stagione di sviluppo l'arte del mosaico.
Particolarmente apprezzato sul piano artistico è il grande mosaico absidale raffigurante la Platitera, nella cattedrale di Lungro (CS), mentre le pareti della chiesa parrocchiale di Acquaformosa (CS) sono interamente ricoperte da mosaici.
A livello profano, numerosi sono gli artisti mwdjoarbëreshë contemporanei, alcuni dei quali molto affermati in campo nazionale, come Franco Azzinari, da San Demetrio Corone (CS), di cui i colori di Ferruccio D’Angelo, da Civita (CS), e Costantino di Ciancio, da Marri (CS), dalle cui tele emergono con straordinaria plasticità, quasi sculture, singolari figure di donna o scorci di paesaggio. A livello sacro, affermato localmente è l'artigiano artista Spiridione Marino da Piana degli Albanesi (PA).
Cinema
Gli italo-albanesi sono stati oggetto di studio documentaristico nei reportage italiani o stranieri, spesso albanesi nel periodo della dittatura comunista.
Sono stati presentati con il progetto Albasuite (2007) documentari sulla cultura albanese d'Italia (fra questi mwdj4Il senso degli altri). Il cortrometraggio "Shkova" (2013) del regista mwdj8arbëresh Daniele Farai, interamente in lingua albanese, finanziato dall’Assessorato alle minoranze linguistiche della Regione Calabria e prodotto dal Comune di San Basile, ha partecipato a vari Festival del cinema, come alle edizioni 2013 del “Mecal - Festival Internacional de Cortometrajes y Animación” di Barcellona, al “ShortShorts - Film Festival & Asia” di Tokyo, al “Sapporo - International Short Film Festival and Market” in Giappone e al “Silhouette Festival - courts métrages” di Parigi. Della regista Francesca Olivieri il lungometraggio in albanese/mwdkaarbërisht dal titolo “mwdkeArbëria“ (2018), prodotto dalla Open Fields Productions, in collaborazione con le Regioni Calabria e la Basilicata, con il patrocinio dei Comuni di Oriolo, Acquaformosa, San Giorgio Albanese e San Demetrio Corone e in mwdkipartnership con la rete internazionale di imprenditori albanesi “Rida” e con la società di produzione lucana ArifaFilm, racconta l’eredità della cultura albanese e, in particolare, le comunità che abitano i piccoli borghi di Calabria e Basilicata.
Cucina
La mwdlggastronomia degli albanesi d'Italia (mwdlktë ngrënit/ushqimi i arbëreshëvet t'Italisë) è sostanzialmente mwdloMediterranea e si esprime nella mwdlstradizione più profonda albanese dai tempi della diaspora, con piatti e dolci diffusi similarmente in tutte le comunità in Italia. Non mancano delle inevitabili contaminazioni, ma si è in qualche modo mantenuta inalterata - almeno fino ai tempi più recenti - qualcosa di diverso, un difforme modo di lavorazione, l'associazione di un cibo a un particolare contesto e momento sociale o religioso, annoverando così piatti tipici e unici della cucina mwdlwarbëreshe.
Essa è del tutto completa, in quanto spazia dagli mwdl4antipasti ai mwdl8dolci, dai primi ai secondi piatti, dalle zuppe alle minestre, dai piatti di mwdmacarne a quelli di mwdmepesce, dai contorni alle mwdmiverdure. Un cenno particolare per le conserve, i farinacei e le mwdmmfocacce, nonché per i dolci tradizionali, vero caposaldo della cucina albanese.
La cucina albanese in taluni paesi è molto semplice, ma saporita per gli aromi utilizzati nei piatti. Alcune ricette, estrapolate dal folto gruppo di soluzioni culinarie degli Albanesi d'Italia, sono: fra i primi piatti vanno segnalati il mwdmumwdmytumacë me tulë, tagliatelle con sugo di alici, mollica fritta e granella di noci; i mwdmcdromesat, mwdmgpasta fatta con grumi di farina cucinati direttamente nei sughi; le mwdmkmwdmoshtridhelat, mwdmstagliatelle ottenute con una particolare lavorazione e cotte con mwdmwceci e mwdm0fagioli. Tra i secondi in alcune comunità è molto utilizzata la carne di maiale; ottime le frittate come la mwdm4veze petul di cicoria, cardi selvatici, scarola e cime di capperi. Il mwdm8tepsi di Villa Badessa (PE) è una rivisitazione del mwdnabyrek albanese, farcito con spinaci, cipolle e pinoli, senza carne macinata. Nelle grandi ricorrenze c'è un grande uso dei mwdnedolci, come i mwdnikanarikuj, grossi gnocchi bagnati nel miele, le mwdnmkasolle megijze, un involtino pieno di mwdnqricotta, la mwdnunucia, dolce con la forma di fantoccio con un uovo che raffigura il viso, in Basilicata il mwdnytaralji i qethur, ovvero il tarallo della sposa, e molti altri.
Caratteristico è il dire sia prima che dopo mangiato: "mwdngJu bëftë mirë!" (Buon appetito!, lett. Buon pro vi faccia).
Note
cite-note-11. Gli albanesi della diaspora (vedi sezione Storia: Migrazioni) hanno origine da un'mwdn8Albania tardo-medievale, allora divisa in principati. I gruppi della seconda diaspora, oltre all'odierna mwdoaAlbania del sud, si possono inquadrare nei territori delle attuali mwdoeMacedonia del Nord (confine con Ohrid) e mwdoiGrecia (Ciamuria e Morea), originarie da famiglie albanesi provenienti dall'Albania che storicamente, a partire dall'XI secolo, si spostarono - per vari motivi - più nei Balcani meridionali occidentali, fondando numerosissime comunità.
cite-note-22. «[…] È indubbio che l'esodo e la fuga degli albanesi verso altre realtà territoriali si addensò nelle coste di un'Albania colpita pesantemente dal turco. I principati d'Albania, loro patria d'origine, ebbe a mancare delle migliori personalità e di una continuità con il passato.» mwdoyErnest Koliqi in mwdocShejzat (Le Pleiadi), 1961.
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cite-note-176176. ↑ La prima testimonianza scritta di questo canto è nel manoscritto "Il Codice Chiutino" di Papàs mwemwNicolò Figlia di mwem0Mezzojuso (PA), edizione del mwem41708 e stampato a mwem8Chieuti (FG) in Puglia. Nel 1775, Papàs mwenaNicolò Chetta di mweneContessa Entellina (PA) compone il "Tesoro di notizie su de' Macedoni", opera nella quale, per la prima volta, vengono citati alcuni versi della "Bukura Morea" in ottonario e assenza della rima, che sono le due principali caratteristiche della poesia orale italo-albanese. In seguito il materiale chieutino venne pubblicato nel 1866 dal filologo mweniarbëresh Papàs mwenmDemetrio Camarda di mwenqPiana degli Albanesi, nel libro “Appendice al Saggio di Grammatologia Comparata Sulla Lingua Albanese”. In questa opera il testo della canzone è scritto in lingua albanese, però, non essendo stato ancora scelto un alfabeto comune albanese, fu usato l’alfabeto greco antico. Successivamente Michele Marchianò di Macchia Albanese (CS) pubblicò un manoscritto contenente il canto "E Bukura More", all'interno dei "Canti popolari albanesi delle colonie d'Italia" (Foggia, 1908). Secondo il contemporaneo mwencGiuseppe Schirò di Maggio, "O e Bukura Moré", prima di subire la rielaborazione ideologizzata del tardo romanticismo, «faceva parte dei canti delle Russalle o feste patrie antiche» e veniva eseguito, soprattutto dagli Albanesi di Sicilia, in occasione di alcune ricorrenze rituali. A Palazzo Adriano era cantato sulla Montagna delle Rose (mwengMali i Trëndafilëvet) verso la fine della primavera, ogni anno a giugno; nello stesso periodo a Mezzojuso veniva intonato sulla cima di una delle montagne Brinjat che sovrasta il paese; a Contessa Entellina veniva eseguito sulla sommità della montagna che domina Santa Maria del Bosco e a Piana degli Albanesi, nei giorni di Pentecoste, ai piedi della montagna della Pizzuta dove sorge la chiesa dell'Odigitria. Per il fatto che il canto veniva eseguito dall'alto di una montagna rivolta verso Oriente, in un periodo «che non va prima di Pasqua e oltre la fine della primavera», nonché per il fatto che esso celebrava la morte dei congiunti più intimi sepolti nella Madre-Patria albanese abbandonata, rientrando nel ciclo dei canti delle Russalle. È agevole concordare con l'ipotesi dell'albanologo Francesco Altimari di mwenkSan Demetrio Corone (CS) secondo cui "l'origine di 'O e Bukura More' debba essere ricondotta alla tradizione con la quale nell'antichità, nei territori della Illiria, verso la fine della primavera, venivano commemorati i defunti".
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Collegamenti esterni
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